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STORIA 98

11 NOVEMBRE: SAN MARTINO E

L’ANTICA FESTA PATRONALE DI ZANANO

La pala della chiesa di S.Martino a Zanano rappresenta il notissimo episodio del Santo che divide il mantello con il povero. Il dipinto, datato 1609, è attribuito al pittore bresciano Camillo Rama.

Nella “sala delle armi” di palazzo Avogadro S.Martino vescovo è accanto alla Madonna con il Bambino.

Lo vediamo anche al centro della pala morettesca della chiesa parrocchiale di Sarezzo, con pastorale e mitria, inginocchiato tra i Santi Bernardino da Siena, Faustino e Giovita. Lungo la valle di Gombio l’odierna località “Malagò – Barbècc” un tempo era denominata S.Martino e si racconta che sulla parete di una casa ci fosse la pittura di S.Martino ed il povero (la stessa scena è stata da poco riproposta sulla parete di una casa vicina).

È documentato che, nella prima metà del Settecento, Maffeo Fantinello, massaro del comune di Sarezzo, possedeva una pezza di terra in valle di Gombio, in località S.Martino.

Fin dall’alto Medioevo, Martino fu il Santo più popolare e venerato in Italia, Francia, Spagna e Germania. Nato in Pannonia (odierna Ungheria) nel 315, si arruolò giovanissimo nella cavalleria romana ed a 19 anni venne destinato in Gallia. È in questo tempo che avvenne, alle porte di Amiens, l’episodio del mantello donato al povero. Fattosi cristiano, Martino si stabilì a Poitiers dove il vescovo Ilario lo nominò diacono. Trascorse un lungo periodo di vita solitaria, di preghiera e di peregrinazioni che lo portarono anche in Italia. Ritornato in Gallia, fondò numerosi monasteri fra cui quello di Marmoutier a due miglia da Tours. Eletto vescovo di questa città, iniziò con i suoi monaci una vasta opera di cristianizzazione delle campagne ancora dedite al paganesimo. Morì a Candes l’8 novembre 397 e venne sepolto a Tours tre giorni dopo.

La sua fama di santo e di grande taumaturgo si diffuse ben presto ovunque. La basilica costruita sul suo sepolcro divenne la meta preferita dei pellegrini lungo tutto il Medioevo. Soprattutto in Italia ed in Francia furono erette migliaia di cappelle e di chiese a lui dedicate. Era venerato come protettore dei contadini, dei mendicanti, dei cavalieri, degli osti. Il suo nome è legato ad un grande numero di paesi e contrade, di grotte, vallate e sorgenti, perfino di frutti e di funghi del bosco (un fungo che spunta da noi nel tardo autunno, il boletus edulis, è detto “S.Martì”).

La sua festa fissata l’11 novembre, collocata alla fine dell’annata agricola e al principio della stagione invernale, diede origine a molte tradizioni legate all’attività agricola ed al mondo rurale. In quei giorni si completa la raccolta dei frutti, il mosto ribolle nei tini ed è prossima la svinatura. I boschi sono ricchi di selvaggina, di funghi, di castagne, di nespole.

Tutto ciò è occasione di incontri, di festa, di abbondanti libagioni.

Sono i giorni in cui si rinnovano i contratti di affitto dei fondi rustici, dei pascoli, dei boschi. Molte famiglie caricano le povere masserizie su di un carro e cambiano padrone e residenza, devono traslocare, cioè “fare S.Martino”.

Alla diffusione del culto di S.Martino contribuirono in modo determinante i monasteri benedettini di Brescia che nel nostro territorio contavano estesi possedimenti. Dove nella loro opera di evangelizzazione e di bonifica giungevano i benedettini lì sorgeva una cappella dedicata al Santo.

La primitiva cappella di S.Martino a Zanano potrebbe essere sorta nel periodo carolingio (circa 800 anni d.C.) quando Zanano apparteneva al monastero femminile di Santa Giulia di Brescia.

Nei secoli successivi la chiesetta venne più volte rinnovata ed ampliata ad opera dei nobili Avogadro che avevano ricevuto l’investitura feudale dal vescovo di Brescia (ricordiamo che pure la cappella vescovile era dedicata a S.Martino).

La festa patronale di Zanano – ricca di celebrazioni religiose e sagra di paese – richiamava folle di fedeli e di curiosi da tutta la Valtrompia. Era una “festa di voto”, equiparata cioè ad un giorno festivo.

Lo Statuto di Valtrompia del 1576 e le Provisioni della Comunità di Sarezzo, trascritte l’anno 1676, prescrivevano che nessuno per nessun motivo poteva lavorare o far lavorare nella festa di S.Martino, “nè macinar biave di sorta alcuna alli molini di Sarezzo” sotto pena di soldi 10 planeti per persona.

La festa che iniziava con il richiamo religioso, nei giorni tiepidi dell’estate di S.Martino si trasformava in un’allegra e variopinta sagra paesana. Un mondo di piccoli artigiani, mercanti e girovaghi, imbonitori e cantastorie che campavano vendendo le loro mercanzie ed un po’ imbrogliando, riempiva la piazzetta di Zanano.

C’era il venditore di “bilìne” (castagne secche sgusciate), di “patuna” (torta di farina di castagne) e di caldarroste.

L’ofèler” (pasticciere) allineava sulla bancarella, in un disordine dalle incerte condizioni igieniche, rustici pasticcini, il “tiramolla” (zucchero filato), le “armèle de söca” cioè i semi di zucca salati e tostati, il “din-dul”, un bastoncino che sapeva di liquirizia e le “guaìne” cioè le carrube che piacevano tanto ai ragazzi.

Il merciaio offriva aghi, bottoni, ricami, stringhe, saponette… Numerose le bancarelle colme di “nèspoi” (la sagra di S.Martino era detta anche fiera dei “nèspoi” ), le nespole frutto autunnale divenuto molle e zuccherino dopo essere stato conservato a lungo tra la paglia ed il fieno.

Lungo la via S.Martino e giù al Colombér trovavi i serragli con i maialini, le “capùnere” cioè le gabbie con rinchiusi capponi, oche e tacchini.

Negli angoli del sagrato e lungo via Gremone c’erano le figure più caratteristiche dei vecchi mestieri ormai scomparsi:

el molèta” (arrotino) con la sua traballante carriola provvista di mola per arrotare forbici e coltelli. Al suo richiamo: “fomne lè riàt el molèta”, i monelli gli facevano il verso: “scapa molèta chè el diaol el te spèta”,

el parolòt” (ramaio) intento a riparare paioli e tegami ed a stagnare pignatte, “l’ombrèler” (ombrellaio) accucciato per terra a riparare vecchi ombrelli,

la spolverina” che vendeva barattoli di spolverina, minuta sabbia raccolta in montagna che serviva per lucidare pentole e pignatte.

Se l’aria si faceva gelida e annunciava l’arrivo della neve, potevi imbatterti nell’“omasì del vin brulé”.

I venditori urlavano, scherzavano, invitavano a comperare. Frotte di ragazzi vocianti si rincorrevano fra le bancarelle per fermarsi stupiti ad osservare l’uomo che attorcigliava collane di tiramolla attorno al capo ed alle braccia. Qualcuno allungava una mano sul mucchio di nespole o di guaìne per poi scappare via in fretta.

Nell’aria c’era un profumo dolciastro e la nuvola di fumo che si alzava dalla padella dove cuocevano le caldarroste.

A notte fonda lo sparo dei mortaretti appostati in località Castello annunciava la fine della festa.

Don Mansueto Contessa, curato di Zanano dal 1899 e parroco dal 1931, annotava ogni anno che l’11 novembre celebrava la Santa messa solenne in onore di S.Martino a cui seguiva la fiera sulla pubblica piazza.

Nel 1947 il parroco don Salvatore Marchese scrive: “Martedì 11 novembre – S.Martino vescovo.

Ore 6,00 – Santa Messa cantata.

Domenica 16 novembre – solenne festa patronale e grande Pesca di beneficenza, pro fondamenta costruendo teatro. La Paola de Barch ha raccolto molti oggetti ovunque”.

25 anni dopo, nel 1972, il parroco don Lino Bertoni ripropone agli zananesi la celebrazione della festa patronale così come si faceva nel passato con la tradizionale sagra. Trascorsa la festa, annota: “questa volta non ebbe ragion d’essere il timore che questa festa, in tempi remoti occasione di grande manifestazione di fede, venisse inghiottita, come tante altre, dall’odierna generale indifferenza. Un massiccio concorso di popolo ha conferito ad essa un carattere di straordinarietà”.

Tuttavia quella fu una delle ultime volte in cui gli abitanti di Zanano celebrarono in modo straordinario la loro festa patronale di S.Martino. Era scomparso un mondo fatto di gente povera, ma ingegnosa, piena di voglia di “fare”, che sapeva nonostante tutto coltivare la speranza.

Oggi soltanto il richiamo del passato può ridestare nel cuore di qualche nostalgico le testimonianze preziose che il Medioevo ha lasciato impresse nel cuore di Zanano.

Roberto Simoni

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