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STORIA 95

Il 1848

IL 1848 è un anno che ha segnato indelebilmente la storia del XIX secolo, è l’anno che scuote l’Europa con moti più o meno popolari contro i regimi vigenti e che anche in Italia vide grandi sollevazioni, basti per tutte ricordare, per non sconfinare troppo, le cinque giornate di Milano. Solo l’anno successivo invece sarà Brescia a insorgere nelle famose “dieci giornate”.

Al di là delle interpretazioni storiche del Risorgimento, che non è certo il caso di analizzare qui, e dimenticando comunque una certa retorica che ne ha segnato talvolta lo studio, vediamo, molto più modestamente, alcuni riflessi che quegli anni così intensi avranno nella vita di un piccolo comune come Sarezzo.

Il nostro comune, come altri della valle, si trovava in genere coinvolto quasi a sua insaputa in questi avvenimenti, chiuso nella sua vita un po’ di campanile e ne subiva le conseguenze o ne osservava gli aspetti più pratici, probabilmente esprimendo consenso o dissenso a seconda di quanto influisse la “storia” sulla vita quotidiana. Solitamente erano i rappresentanti delle classi sociali più elevate, i possidenti, oppure quelli che avevano contatti con il “mondo esterno”, studenti o commercianti, o ancora i sacerdoti, a sentire la necessità di prendere posizione di fronte a tali avvenimenti.

La rivolta contro un regime o un’autorità si esprime spesso nella distruzione dei simboli di questa autorità (è storia recente), primi fra tutti le insegne, gli stemmi, le statue che rappresentano il potere (nel marzo del 1848 vengono distrutti gli stemmi austriaci di Iseo e Salò).

Nel marzo del 1801, per esempio, come si può leggere nel “copialettere” dell’archivio comunale “L’Imperial Stemma fù in q.ta Com.ne coperto di calce sino dall’anno all’arrivo dell’Armi Francesi. Il tempo ha fatto che fù alquanto [rovinato?], ma appena si poteva rillevar Nullo l’abbiamo a vista della Va. 3 germinale cancelato del tutto”.

Si trattava forse dello stemma ormai illeggibile sulla torre campanaria.

Così, nella quiete di Sarezzo, dove probabilmente non si discuteva troppo della superiorità o inferiorità politica del potere austro-ungarico rispetto a quello eventuale della monarchia sabauda o di altri governi, un ignoto “attentatore” il 28 novembre del 1848 ruba a Giuseppe Bresciani, gestore dei “generi di privativa” del comune, lo stemma che rappresentava Sua Maestà l’Imperatore d’Austria, del quale il Bresciani era fornito secondo le disposizioni governative (nel settembre del 1848 la rivendita del sale era stata ceduta da Paolo Guizzi, che aveva chiesto un aumento del prezzo di rivendita del sale, richiesta non accettata dall’amministrazione, ed era passata appunto a Giuseppe Bresciani).

Certo un atto di modesta, o quasi nulla rilevanza, ma in quegli anni le misure di pubblica sicurezza erano moltiplicate e più che mai rigide e le autorità vedevano con sospetto ogni minimo tentativo di incrinarne il potere. L’amministratore del comune di Sarezzo che scrive all’Imperial Regio Commissario Distrettuale di Gardone V.T. comunque non sembra darsi troppa pena per quanto accaduto e dice di aver concluso, dopo “accurate indagini”, che probabilmente il furto era stato compiuto da “un qualche forestiero ubbriaco”, essendo la rivendita del Bresciani sulla pubblica via e quindi frequentata anche da forestieri, appunto.

Sono in ogni caso gli anni di Radetzky, rappresentato a Brescia dall’Haynau o dal dirigente della “Regia Delegazione Provinciale” Klobus e le reazioni ai tentativi di rivolta sono sempre severe.

Il governo austriaco ondeggia in questo periodo tra concessioni tese ad ingraziarsi la popolazione (concessioni fiscali per lo più) e, all’opposto, misure punitive dopo la repressione dei moti di rivolta (nel campo fiscale e giudiziario, come è ovvio).

Come sempre in questi casi sono molti i documenti che comprovano le spese sostenute a favore delle truppe e le richieste di rimborso, elenchi da cui traspare anche il clima di grande agitazione che gli avvenimenti di quel periodo avevano portato anche nella Valtrompia.

Gli elenchi riportano così le più svariate forniture, dalla pianta “d’alto fusto d’abete” fornita da Giambattista Perotti per le bandiere nazionali, tessute dal “tappezziere Rubagotti in Brescia”, alle scarpe dei calzolai Comoli di Brescia, ai fucili forniti da Ludovico Beretta o da Lelio Pandemiglio, fino naturalmente alle vettovaglie per le truppe, sia austriache che antiaustriache, e alla paglia per i cavalli. Non mancano rimborsi per coloro che si erano recati a Bagolino in rinforzo alle truppe antiaustriache di Giovanni Durando (che aveva costituito un esercito a Bologna, con il consenso non proprio deciso del papa Pio IX), come Faustino Pansera, Pietro Zanardelli, Paolo Borghesi, Domenico Galesi, Domenico Pandemiglio e Francesco Priusdomini. Anche lo scavo dei sassi per le barricate aveva procurato danno a qualcuno, come quel Giovanni Piardi che verrà per tale danno rimborsato con 2 lire.

Nel clima teso di quell’anno non mancano naturalmente le delazioni, come quella fatta nel luglio, in cui si “rende noto a quest’inclito comitato di sicurezza distrettuale che certo Girolamo Bettariga ex Guardia Boschiva del Comune di Sarezzo si fa lecito da qualche tempo di spargere nel popolo calunnia contro la Deputazione medesima, contro il clero ed altri probi cittadini”.

Lo stesso Bettariga “va gridando a piena gola per le contrade e nelle osterie dove è maggior concorso di popolo, chiamando ladro il Governo, ladra la Deputazione, ladro l’Arciprete e gli altri preti e l’Amministrazione di beneficenza”.

Il 2 settembre del 1848, in via cautelare, Klobus diffonde una circolare nella quale si specifica che “L’Inclito Imperial Regio Comando del 3° Corpo d’Armata [...] ha nuovamente inculcato, che le Comuni di questa Provincia debbano consegnare all’apposita Commissione in questa Città indistintamente e senza alcuna eccezione tutte le armi non escluse quelle per uso delle Guardie Comunali, riservandosi poi dopo la completa consegna di farne restituire da quest’Arsenale ai rispettivi Comuni un numero corrispondente al bisogno pel servizio delle Guardie Comunali che saranno destinate al mantenimento dell’ordine e della sicurezza pubblica, restando per conseguenza derogata la concessione dei sei fucili per ciaschedun Comune”.

Il 31 agosto dello stesso anno, comunque, in una circolare si leggeva che “il Sr. Comandante in Capo Feld Maresciallo Conte Radekij [sic] allo scopo di provvedere alla tutela della sicurezza pubblica nei Comuni [...] è venuto nella determinazione di permettere che i detti Comuni quando ne abbiano i mezzi possano assumere delle guardie Comunali salariate”.

In ottobre l’Imperial Regia Delegazione Provinciale approva la nomina “a Guardie Comunali dei seguenti individui Novelli Giovanni, Pedretti Antonio, Galesi Domenico, Colosio Giovanni e Paolo Belleri”.

La “mercede” stabilita per ogni guardia non poteva “essere minore di una Lira Cent. cinquanta al giorno”.Ancora nel settembre di quell’anno, cioé dopo che le truppe austriache avevano ormai ristabilito l’ordine nella provincia, si comunica alla deputazione comunale di Sarezzo che “L’Eccelso Comando Superiore dell’Armata ha ordinato il richiamo dei soldati italiani che sono in permesso e dei disertori che sono ritornati o che saranno per ritornare in seguito all’accordata amnistia”. Il comune risponde inviando la lista dei militari in permesso e dei disertori.

I primi sono Pietro Colosio e Giuseppe Guerini. Più lunga è la lista dei disertori rimpatriati, che sono: Giacomo Bettariga, Giambattista Nicolini, Francesco Dorici, Giuseppe Palazzani, Giosuè Contessi, Angelo Martinelli e Stefano Pedretti.

Tutti avrebbero dovuto presentarsi alla caserma S. Girolamo di Brescia.

In una lettera del 12 ottobre successivo, inviata dal comune di Brione, risulta poi che Giuseppe Guerini si era reso irreperibile, e che il padre aveva rifiutato di ricevere l’intimazione rivolta al figlio di presentarsi alla caserma. Più tardi anche il Palazzani viene dichiarato irreperibile.

Nell’ottobre Klobus comunica ai comuni che i “proprietari delle case” che servivano da alloggio per i militari “devono provvedere oltre ai lumi anche al riscaldamento dei locali”.

Ancora Klobus, nel novembre del 1848, comunica che è stato deciso dalle autorità, “nell’attuale stato di guerra”, di fronte alla “mancanza di lavoro o di guadagno nella classe povera degli operai” di impedire l’emigrazione di persone verso Milano, a meno che non siano in grado di dimostrare l’assolutà necessità del viaggio verso la capitale. Si raccomanda poi la massima attenzione nei riguardi di “viaggiatori di commercio, studenti, giovani dottori, artisti e simili, principalmente quando questi provengono da Provincie dell’Impero travagliate da agitazioni rivoluzionarie”.

Alcuni mesi dopo, tra il marzo e l’aprile del 1849 le “dieci giornate” infiammarono Brescia e il 7 aprile, dopo il fallimento dei moti rivoluzionari, la Deputazione Comunale di Sarezzo scrive alle autorità, rassicurandole, che “nei recenti trambusti rivoluzionari in questo Comune non fu successo alcun inconveniente” e che “non consta alla Scrivente che nel suaccennato tempo vi siano stati individui ingeriti ne compromessi in affari politici, ne meno, in Comune si trovano d’altri da poter essere considerati pericolosi alla pubblica sicurezza”.

Chissà poi se fosse vero.

Stefano Soggetti

 

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