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STORIA 88

ALCUNE NOTE SU DON GABRIELE BORRA

Don Gabriele Borra, parroco a Sarezzo dal 1859, alle soglie dell’Unità d’Italia, fino al 1900, anno della sua morte, fu un personaggio di tutto rilievo per la storia del nostro Comune. Era nato nel 1820 ed era cresciuto nel clima degli anni cruciali del Risorgimento, respirando, pur nel chiuso del seminario, quelle tensioni politiche e sociali che lasciarono un segno indelebile nel suo animo.

Si distinse per l’intelligenza acuta, l’amore per la cultura (scrisse tra l’altro alcuni sonetti e altre composizioni poetiche) e non si sottrasse mai allo scontro d’opinioni, anche quando le sue posizioni forse non erano del tutto in linea con quelle ufficiali della Chiesa (non bisogna dimenticare che dopo il 1870 il Vaticano aveva preso nettamente le distanze dal nuovo stato unitario stabilendo, con il “non expedit”, il divieto per i cattolici di partecipare alla vita politica). Si trattava dunque di un parroco per certi versi anomalo per un piccolo paese come Sarezzo, che seppe comunque farsi ben volere da tutti, non solo dai suoi parrocchiani o dai cattolici, seppure con qualche screzio di tanto in tanto, come è naturale per un carattere non certo remissivo.

Non mancò in genere di interessarsi anche alle questioni che riguardavano l’amministrazione comunale, dalla quale era evidentemente tenuto in considerazione, come quando nel 1882, all’inizio della contesa tra Sarezzo e Gardone Val Trompia per l’aggregazione di Pontezanano, si raccomanda al sindaco perché nel caso la frazione rimanga a Sarezzo sia mantenuta la promessa di costruire una fontana per gli abitanti del luogo. Inutile dire che il sindaco risponde assicurando che la promessa sarebbe stata rispettata.

Ritorna sulla lunga vicenda dell’aggregazione della frazione a Gardone nell’aprile del 1885 e compone in proposito un sonetto dai toni aspri e non privo di retorica, nel quale il parroco si rammarica che “alfin Gardon s’ode l’inno intuonar della vittoria: del Ponte di Zanan la gran tenzone si sciolse in suo favor”. Sarezzo “di esecrabile memoria” e “vile” non può far altro che innalzare la canzone del dolore, mentre anche la Storia è scomodata per questa vicenda, intenta ad eternare la memoria dei Mutti (la famiglia gardonese, naturalmente).

Alla fine comunque, come si sa, la vicenda si risolverà a favore di Sarezzo.

Nel 1893 don Gabriele Borra diede alle stampe, presso la tipografia Apollonio, un sonetto, vagamente classicheggiante nel riferimento a personaggi della mitologia, dedicato al “nuovo baldacchino” (lo stile e l’argomento forse stridono un po’), inaugurato nella chiesa di Sarezzo. Vediamo il testo:

Ergea Sarezzo, or non ha molto, un trono

Nel classico suo tempio al Pan divino;

E di Triumplia varcò presto il confino

Del pregio di quell’opra il fausto suono

Pur non era contento il popol buono,

Aspirava in segreto al baldacchino;

E il baldacchino all’Ara eccol vicino;

Paghi i tuoi voti, popol mio, non sono?

La diva Aracne n’ ha intessuto i fiori;

Il ricco drappo è qui vinto dall’arte;

Stempronne Apel gli amabili colori.

Candidi al par di questa seta, ardenti

Come quest’oro, o Cristo, ad adorarte

Traggano i nostri cuor tutte le genti.

In occasione della sua Messa d’oro, il 23 settembre del 1894 si svolsero a Sarezzo sontuosi festeggiamenti. Fu organizzato un ricco pranzo, al quale presero parte autorità e rappresentanti di spicco della vita e della politica locale.

Alla sera poi, nella piazza illuminata a festa, si tenne un concerto (don Borra fu grande amante della musica e sostenitore fervente della banda di Sarezzo, nata da pochi anni). Per l’occasione erano addirittura stati ridotti i prezzi dei biglietti della “tramvia” Brescia-Sarezzo, a dimostrare la stima di cui godeva al di fuori della sua parrocchia e la vasta partecipazione di gente ai festeggiamenti.

Per l’occasione sia il Comune che la Parrocchia (il Clero della Vicaria, per la precisione), quasi a gara gli dedicarono un componimento poetico.

Il primo, con una lunga ode, loda “il suo padre adorato”, nato “nell’aprico Onodegno”, in Vallesabbia (“la valle sorella”), adorato dal popolo, “consolatore, balsamo, Apostolo del Ver”.

La seconda si limita ad una celebrazione più generica ed affettuosa, nella felice ricorrenza, dedicandogli un sonetto.

Pochi anni dopo, la sera del 2 dicembre del 1900, don Gabriele Borra muore. Ai funerali ci fu naturalmente grande partecipazione di gente. Tra quelli che pur non partecipando alle esequie piansero la sua morte ci fu anche il grande statista bresciano Giuseppe Zanardelli, peraltro esponente della sinistra liberale e quindi non vicino a posizioni filo-clericali, che in una lettera all’amministrazione ricorderà con ammirazione la figura del parroco.

Nel gennaio di quell’anno Zanardelli, del quale quest’anno, lo ricordiamo, ricorre il centenario della morte, aveva scritto invece una lettera a don Borra a proposito di una richiesta che il sacerdote aveva fatto al politico riguardo ad un parroco suo amico. Per quanto, come si vede, l’argomento sia di scarso interesse trascriviamo questa lettera inedita, che si trova tra le carte private di don Borra, perché testimonia della stima che Zanardelli aveva per il parroco di Sarezzo (anche se forse nei complimenti che rivolge a quest’ultimo risuona l’enfasi del diplomatico, del politico) e per le poche righe in cui critica “que’ signori” dei “Ministri d’oggi”.

23 del 900

Reverendissimo ed amatissimo Sig. Arciprete

Ella mi fa ingiuria dubitando ch’io mi ricordi di Lei. Come non ne avrei ricordanza, mentre è da me, come da tutti, reputato come il più ammirabile dei nostri sacerdoti, siccome quegli che in sì alto grado congiunse alla santità della vita veramente evangelica ed alla rara coltura dell’intelletto, il vivo sentimento della patria, il culto delle virtù cittadine? Io ambisco molto perciò di poter farle cosa gradita, e si figuri quindi con quanto piacere ho ricevuto la sua lettera, con quanto desiderio di obbedirla.

Io quindi procurerò di giovare al parroco Troncatti, cui Ella è amico, e tanto basta; senza dire che me ne fa una così lusinghiera pittura. Il momento per me d’occuparmene non è propizio, perché coi Ministri d’oggi, non tengo relazioni, né contatti: mi dimisi da Presidente della Camera per mancanza di fiducia verso il Ministero, e da allora ruppi ogni rapporto con que’ signori [Zanardelli sarà poi Primo ministro dal 1901 al 1903]. Se fossimo a’ tempi di Ministri precedenti potrei darle le più positive assicurazioni a tranquillare l’amico suo quanto al conferimento del “placet” ed “exequatur” [dal 1870 il conferimento di questi “permessi” era prerogativa dello stato]. Ad ogni modo io farò le pratiche col Capo-Divisione che ha nelle sue attribuzioni questa materia ecclesiastica al Ministero. Ma occorre che mi dica per quale parrocchia il “placet” si chiegga, il che non trovasi nella sua lettera.

Spero di vederla quest’autunno a Sarezzo, e frattanto le porgo i sentimenti della più alta stima ed illimitata devozione

 

del suo obbedientissimo

G. Zanardelli

 Stefano Soggetti

 

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