bannerstoria.gif (25830 byte) INDICE STORIA

  STORIA 79

LE FUCINE DELLA VALGOBBIA E DELLA VALLE DEL GOBBIA   2° parte

Tra le attività tipiche della Valtrompia l'estrazione e la lavorazione del ferro sono certamente quelle più rilevanti.

Non bisogna però pensare che queste attività si limitassero ad una produzione che soddisfacesse esclusivamente esigenze locali. I confini dell'economia locale, infatti, si allargavano spesso e il commercio, in molti casi, si estendeva ben oltre il nostro territorio.

Nei secoli passati molti artigiani esperti in campi diversi della produzione trovarono nei comuni della Valtrompia il luogo ideale per svolgere la propria attività (in particolare, per quanto riguarda Sarezzo e soprattutto Zanano, si trattava di artigiani bergamaschi). Allo stesso tempo, però, la consuetudine e l'abilità che gli artigiani locali dimostravano nella lavorazione del ferro, faceva sì che le loro conoscenze tecniche fossero richieste in altre zone del frammentato stato italiano. Per primo veniva naturalmente il territorio della Repubblica di Venezia (si pensi tra l'altro alla fornitura di cannoni e di munizioni da parte della fonderia Bailo), il cui governo esercitava anche un controllo sui traffici con altri stati, come dimostrato per esempio da un documento del 1541, presente nell'Archivio comunale di Sarezzo. In quest'ultimo si legge come “il Magnifico signore vice Tesoriere della camera apostolica di Piacenza e il Magnifico Signore Giovanni Boselli computista e cancelliere, ossia notaio, della predetta camera apostolica da una parte e il signore Antonio del fu signore Redolfino Redolfi Avogadro cittadino di Brescia abitante a Zanano [...] abbiano fatto reciprocamente un certo mercato o convenzione di dichiarata quantità di ballotte di ferro da artiglieria [...] con la condizione che il predetto magnifico signore Vice Tesoriere e il signore Giovanni Boselli [...] fossero tenuti e obbligati a produrre la licenza di dette balle, ossia la lettera ducale rilasciata dalla Ill.ma Signoria nostra di Venezia, a poter fare e fabbricare dette ballotte e poterle esportare”.

La licenza del governo veneto sarà naturalmente prodotta dai contraenti, come richiesto.

Proprio con il territorio di Piacenza furono stabiliti a partire dal XV secolo, ma soprattutto nel XVI, rapporti di commercio e di collaborazione nel campo della lavorazione del ferro. In questa regione infatti, in particolare nella zona della valle del Nure, dove si trova un comune che non a caso si chiama Ferriere, erano presenti miniere di ferro e di rame e vi si era stabilita un'attività produttiva che per molti versi ricorda quella della nostra valle e alla quale in molti casi contribuirono proprio specialisti del settore provenienti dal bresciano.

Un primo atto dell'Archivio comunale di Sarezzo, datato 1475, testimonia appunto di rapporti commerciali con Piacenza, nel campo della produzione di “ferrarezze”, e in questo caso ci si riferisce ad artigiani di Gardone e di Marcheno.

Nel secolo successivo i rapporti si fanno più fitti.

Un documento dell'aprile del 1524 tratta di una somma di denaro che alcuni frati dell'ordine dei “gesuati” di San Girolamo, “presenti e agenti per sé e a nome e per conto di tutti i frati dell'ordine dei gesuati di San Bartolomeo di Piacenza” ricevono da Gabriele e Giovanni Perotti (anche a nome del fratello Giuseppe), somma che frate Bartolomeo Perotti (fratello di Gabriele, Giovanni e Giuseppe), appartenente a quell'ordine, aveva lasciato loro in eredità. Nello stesso documento é citato un “mercante di ferrarezze” della Valtrompia che commerciava appunto con la città di Piacenza (per inciso ricordiamo che nella valle del Nure esiste anche un paese che si chiama Perotti).

Sono per lo più gli Avogadro, o i rappresentanti di rami collaterali della famiglia (Redolfi, Odolini, Belinelli), a gestire questi commerci con Piacenza.

Nel 1539 Romilia, figlia di Simonino Belinelli Avogadro di Zanano, risulta essere sposata con un “mastro Pietro” abitante a Piacenza e l'anno successivo il fratello di lei, Bertolino, “promette e si obbliga di dare e consegnare” a “messer Camillo del fu messer Francesco Razini di Piacenza” una certa quantità di “ferro ladino” (cioé il ferro che ha già subito una prima lavorazione ed è più facilmente lavorabile).

Il ferro sarebbe stato condotto a Brescia “a spese di detto Simonino, salvo il dazio di detto ferro che deve essere pagato dal detto messer Camillo”.

Il marito di quella Romilia Belinelli Avogadro riscuote nell'agosto del 1542, 40 scudi d'oro “in archibugi e altre cose” che gli doveva un certo Settembrino di Gardone V.T..

Nel 1546 (sono questi anni piuttosto burrascosi per il ducato di Parma e Piacenza e con le guerre i forni e le fucine non spengono mai i loro fuochi) troviamo invece due “carbonari”, Pietro di Scalve e Giacomo di Pezzoro, abitanti a Noboli, che decidono di “andare a lavorare e servire a cuocere carbone e tagliare legna al forno della Eccelenza del duca di Parma e Piacenza, cioé nella Val di Nure” (lo stesso contratto verrà rinnovato nel 1548).

A trattare per questo lavoro era “Maestro Francesco fornader [tecnico specializzato in forni] bergamasco”, abitante a Zanano, che nel 1547 recluta altri artigiani di Vestone e Rodengo, sempre per andare a prestare la propria opera nel piacentino come addetti ai forni.

Ancora questo Maestro Francesco, “agente a nome della Eccellenza del signor Duca di Parma e Piacenza [...] fa mercato” con alcuni mastri “fornader” di Gardone V.T. perché vadano a “servir il soprascritto Signor Duca, in val di Nure a Ferriere, a far ruote, canali, mantici e altre cose pertinenti a uno o due edifici di fucina che il medesimo Signor Duca intende far costruire”.

Dunque, è chiaro che la manodopera locale era richiesta quando si trattava di produzione di “ferrarezze”. Naturalmente gli “operai specializzati”, come si direbbe oggi, o meglio i “tecnici”, erano ricompensati in scudi d'oro ed era loro garantito l'alloggio.

Nello stesso anno, il 1547, “Mastro Bartolomeo Costanzi di Noboli, ferraio”, cioé uno dei rappresentanti di una delle più importanti famiglie di “artigiani del ferro” stabilitasi appunto a Noboli, “conviene e promette di fare e dar condotto a Messer Giovanni Antonio coltellinaio abitante a Piacenza, presente, tutta quella quantità di ferramenta occorrente per far, costruir e ordinar un edificio di fucina da colar et bater ferro”.

Qualche mese dopo un altro artigiano abitante a Noboli, Venturino Bombardieri (di un'altra importante famiglia di produttori di “ferrarezze” proveniente dalla Valcamonica e stabilitasi appunto a Noboli) stabilisce con lo stesso Giovanni Antonio di Piacenza di andare a sua richiesta in Val di Nure a lavorare “de arte de ferro ladì [ladino]” in un “edificio di fucina” fabbricato da detto messer Giovanni Antonio.

Venturino Bombardieri avrebbe portato con sé un aiutante e naturalmente il contratto prevedeva “la casa da abitare in detto luogo di detta fucina o poco distante con gli utensili da cucina e letto per dormire”.

Ancora, più di dieci anni dopo, nel settembre del 1559, lo stesso Giovanni Antonio detto “il coltellaro di Piacenza”, assume “Antonio del fu Tonolo malgeso [malghese]” di Gombio e “Giovan Battista del fu ser Francolino Odolini di Zanano”, i quali “si obbligano di andare a servire il soprascritto messer Giovan Antonio a trasportare carbone, con tre mule ciascuno” sul territorio piacentino.

Nel settembre 1568 mastro Venturino Bombardieri “promette e si obbliga di andare a servir del suo arte e mestero de fabro” messer Giacomo Pisoni, abitante a Piacenza e agente per conto del “Magnifico Signor Cristoforo da Lodi, nobile piacentino”. Naturalmente Venturino Bombardieri era per prima cosa “tenuto e obbligato a partirsi da casa sua per andare a lavorare al detto messer Giacomo alla detta ferriera”.

Il contratto ha poi alcune aggiunte, a garanzia soprattutto di Venturino Bombardieri e del suo lavoro e vi si specifica tra l'altro che:

“Accadendo che mancasse ferro e carbone e che esso mastro Venturino fosse costretto perciò a non lavorare, in tal caso esso messer Giacomo sia tenuto e obbligato a pagare soldi 20 di planeti ogni giorno non lavorato.
Accadendo che venisse qualche inondazione di acque, ovvero che si rompesse qualche cosa in essa ferriera, e che detto mastro Venturino non potesse lavorare, che esso messer Giacomo sia tenuto pagar a detto mastro Venturino soldi 5 piacentini, cioé 20 quattrini bresciani al giorno, finché sarà accomodata la ferriera in modo di poter lavorare”.

Se poi “paresse a detto mastro Venturino di andare a lavorare all'acqua, che esso messer Giacomo sia tenuto a pagare detto mastro Venturino come pagherà gli altri lavoranti che andranno a lavorare a detta acqua”.

Infine, ovviamente, che “mastro Venturino sia tenuto a lavorar fedelmente e diligentemente al predetto messer Giacomo a detta ferriera”.

Garante di questo contratto, per la parte di “messer Giacomo”, è “il nobile messer Piero Giacomo Bucelleni”, mentre per quanto riguarda Venturino Bombardieri, garante è suo cugino “messer Camillo Bombardieri”.

Concludiamo con un atto rogato dal notaio Giovan Paolo Ferandi nel 1571, nel quale ancora “Ser Giacomo Pisoni mercante piacentino”, a nome della signora “Lucrezia de la Rupta” e dei suoi figli, trovandosi lei a Granada, costituisce “vero e legittimo procuratore e attore e difensore” della famiglia “ser Giovan Pietro del fu Ser Gabriele Bailo di Sarezzo, per tutte le liti, questioni e cause civili, criminali, spirituali e miste”.

Stefano Soggetti

 

INDICE STORIA   PROSSIMA PUNTATA

Elaborazione grafica Sergio Piccini Radio Rete 5 - Portale Valtrompianet