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  STORIA 78

LE FUCINE DELLA VALGOBBIA E DELLA VALLE DEL GOBBIA   1° parte

 

Le prime testimonianze scritte che riguardano una fucina in Valgobbia, forse quella dei magli, per intendersi, risalgono al XV secolo. È quindi da correggere quanto scritto a questo proposito nel libro pubblicato di recente dalla Comunità Montana sulle miniere, i forni e le fucine della Valtrompia.

L'11 luglio del 1496, con un atto rogato dal notaio Ambrogio Ferandi, “Bartolomeo e Bonomo del fu Cristoforo Perotti affittano per due anni a Andreolo fabbro figlio di Mafeo Zucotti di Tavernole al presente abitante in Valgobbia, agente anche a nome del fratello Battista un quarto del fuoco grande esistente nella fucina della Valgobbia”.

L'anno successivo una fucina in Valgobbia è venduta dai Perotti ai Bocini (i Bossini di Lumezzane). Questi ultimi nel Cinquecento possedevano anche, insieme ai Perotti, ai Bailo, ai Bucelleni, ai Bolognini e agli Avogadro, fucine nelle contrade del "prato del mulino", della "rasega", della "breda", del "prato della grassa", o appunto nella contrada "delle fucine di quei de Bocini", tutte contrade che si snodavano lungo il corso del torrente Gobbia, nella zona che va dai confini con Lumezzane fino all'altezza della fonderia Lucchini e dove sorgevano anche una segheria ("rasega") e un mulino (ma è probabile che si trattasse dello stesso edificio della segheria, chiamato appunto mulino per il tipo di funzionamento). Vi si ritrova anche una "calchera".

Il secolo XVI iniziò all'insegna di ripetute guerre e di alleanze in continuo cambiamento, che videro sempre coinvolta la Repubblica di Venezia (si pensi solo agli anni tragici delle vicende che portarono al sacco di Brescia da parte dei francesi, vicende nelle quali gli Avogadro e i valtrumplini ebbero un peso rilevante). Fu probabilmente anche in conseguenza di queste vicende che la richiesta di armi si fece più pressante, permettendo un fiorire della locale economia nel corso del Cinquecento, testimoniata dalla nascita di nuove fucine.

Nel 1519, il 30 novembre, “a Lumezzane in casa Bolognini i fratelli Zanj e Gnole figli del fu Giovanni Bolognini di Lumezzane stipulano un contratto con i fratelli Giovanni e Bartolomeo del fu Stefano Zani di Sarezzo e con Francesco del fu Antonio della Conta pure di Sarezzo per la costruzione di un vaso che conduca l'acqua della Valgobbia alla loro nuova fucina.

Il vaso deve essere lungo 10 cavezzi, largo 21 braccia e profondo 4 braccia e seguendo il tracciato fatto sul prato dei Bolognini fino al torrente Valgobbia.

Le pietre che caveranno nello scavar detto vaso dovranno stenderle nell'altro vaso dove va adesso la Vergobia appresso a detta fucina, cominciando in mezzo alla fucina stessa a dividerle andando in giù fino di sotto de una Sales per un cavezzo.

L'opera doveva cominciare, tempo permettendolo, il giorno dopo e terminata entro la prossima Pasqua”.

Venne concordato il prezzo di lire 30 di planeti per il lavoro.

I fratelli Bolognini danno un acconto di “3 ducati d'oro veniziani di lire 3 e soldi 12 di planeti per ogni ducato”.

Presenti come testimoni sono “Santo del fu Zanj da Nember da Plubech ed ivi abitante e Defendente del fu Zanola di Pezzate” abitante a Renzo di Lumezzane.

Questo per quanto riguarda la valle del Gobbia.

Ma torniamo alla località Valgobbia. Ancora, nel 1518, in un atto di Simone Ferandi è citato “l'ayguale ipsius fucine dela Vergobia” (il canale della fucina).

Qui nel corso del Cinquecento era in attività anche un forno fusorio (il secondo sul territorio di Sarezzo oltre a quello di Pontezanano). Nel luglio del 1520 il Notaio Simone Ferandi roga l'atto di costituzione della compagnia del forno in Valgobbia.

Il 19 luglio del 1523 “Giovan Francesco del fu Marco Odolini compra mezza hora del Forno della

Valgobbia da Decio Avogadro per lire 36 (delle quali lire 18 attualmente date in questo modo: lire 5 e mezza per una manzola a lui presentemente data e lire 12 e mezza attualmente a lui data e consegnata)”.

Il 9 settembre 1532 “sotto il portico delle case di d. Zaccaria Avogadro, in contrada del ponol Ser Gabriele del fu Antonio Perotti di Sarezzo, ivi abitante, compra da Angelo del fu Andreolo Fracazi di Collio, ivi abitante, stera [la "stera" era naturalmente un'unità di misura] trecento di vena bella e bona ben mondata, condotta al forno da ferro della Valgobbia

100 entro Natale p.v.

100 a carnevale p.v.

100 a Pasqua p.v.

Stera 125 devono essere del medolo di Val darti (?) e il resto di altri medoli che sia buona vena”.

Si stabilisce “che detta vena faccia per ogni doy ster de vena uno pes de fer”.

Così funzionava la gestione dei forni fusori, che erano appunto costruiti e amministrati da una società o compagnia, mentre l'utilizzo era diviso tra i soci e lo si computava in "ore, mezz'ore e quarti d'ora". Vi si conduceva, per fonderlo, il ferro estratto dai "medoli" dell'alta valle.

La fucina della Valgobbia, nel corso dei secoli, passò in varie mani e talvolta si sono perse le tracce di questi passaggi di proprietà.

Nel 1612, il 10 ottobre, “D. Ferrando del fu D. Lodovico Ferandi cittadino di Brescia abitante a Lumezzane, agente per sè ed a nome di Laura sua moglie, figlia del fu D. Gio. Battista Buccelleni, ed anche a nome di D. Francesco Buccelleni vende a mastro Bartolomeo del fu mastro Benedetto Rampini di Sarezzo abitante in Valgobbia una casa solerata et copata dal fondo al tetto situata in Valgobbia, alla quale confinano:

a mattina la fucina vecchia e parte i diritti del comune di Sarezzo a monte il compratore

a sera la strada a mezzogiorno l'ingresso comune per lire 140 planet in tutto”.

Dunque forse esisteva una fucina nuova, se si specifica che quella nominata era vecchia.

In un documento dell'aprile del 1645 presente nell'Archivio parrocchiale di Sarezzo (Registro dei morti), rendendo conto di un caso di cronaca si scrive che Carlo Uberto, fabbro ferraio di Alone abitante a Zanano, fu ucciso dai banditi nella fucina del sig. Giacomo Olivari (o Olivieri) sita in Valgobbia “maleo ab ignis percussus in capite, et in pectore glande arme rotate pariter percussus expiravit sine sacramentis”. L'Uberti fu cioé crudelmente ucciso con il maglio della stessa fucina, che, nel secolo dei banditi, come potrebbe essere chiamato il '600, risulta appunto di proprietà dell'Olivieri. Da quest'ultimo la proprietà passerà poi alla famiglia Guizzi (1662).

Nel 1678 per lire 300 gli eredi di Comino Bailo comprano dalla Comunità di Sarezzo “la raggione di poter erigere un Edificio nel luogo detto del Forno della Vergobbia” [il toponimo dunque era ancora in uso].

Nel 1688, il 20 settembre, la fucina diventa di proprietà della famiglia Bailo ed assistiamo alla “Compra delli SS.ri Heredi q. S.r Comino Bailo da Heredi q. D.o Antonio Guizzi di plt £ 10.000=18” rogata a Sarezzo nello studio del notaio in contrada della Piazza. Vediamola: "Ritrovandosi gravati li figli et heredi q. D.o Antonio Guizzi habitanti nella contrada della Vergobbia, di diversi capitali censuari e livellari, et d'altre medemente per causa dei quali gli soprastano gravissime spese, danni et interessi, ne sapendo con che modo fare per sgravarsene, et da quelli esistenti con manco loro danno, et con più avantaggiata lor conditione. Quindi e che sono divenuti et divengono all’alienazione delli Inf.tti beni stabili [...] come anche essendo debitori di bona summa di mercantia, e danari apparenti le partite delli m.ti SS.ri figli, et heredi q. m.co S.r Comino Bailo di Sarezzo e desiderando parimente in parte rendere anche soddisfatti li medesimi m.ti SS.ri Baili, sono medemente divenuti all'allienatione anche delli inf.tti mobili descritti nel Inventario di propria mano dell'Inf.tto D.o Bernardino Guizzi uno di essi fratelli heredi Guizzi a nome anche de medesimi fratelli, et sotto scritto dall'Inf.o m.co S.r Tiburtio uno de prefati m.ci SS.ri Baili facendo anche a nome delli di lui fratelli, et ciò pure in essequtione d'altro Instrumento d'obbligazione fattogli per il prefato D.o Bernardin fratello et supra rogatore il S.r Angelo Margherita nodaro in Brescia del di 13 mese instante [...], il quale atto viene annullato dal presente. Per cui D.o Bernardino il maggiore dei fratelli figli ed eredi q. Antonio, e d. Martino altro fratello e Pietro e Orlando, altri fratelli, tutti e quattro presenti ... con la presenza, volontà, e consenso del S.r Aloisio Avogadro cittadino di Brescia abitante a Zanano, curatore di Pietro e Orlando vendono al M.co S.r Tiburtio q. Comino Bailo presente che compera anche a nome dei fratelli Francesco e Eugenio:

due pezze di terra prativa ed arboriva in contrada della Vergobbia detti li prati del Forno, confina a mattina le ragioni dell'Aiguale dell'Inf.tto Edificio, da mezzo di medemente, da sera la strada Valeriana et da monte strada Comune; misurano i due pezzi di terreno piò tre tavole cinquanta dico tav. 350 per giusta misura [...]

Item un Edificio di focina, e con li due fondi di case e da essi fin al tetto, e nel modo e forma che hora s'attrova essere, murati e coppati gia acquistati per il pref.o q. D. o Antonio Guizzi dal S.r Giacomo Oliveiro in Brescia, rogatore il S.r Antonio Rossa nodaro del di 14 novembre 1662 assieme anche con le sue raggioni di Acqua, Aiguale, Aquedotti, zocche, mantici, et altri simili raggioni, et Utensilli essistenti et non essistenti in essa fucina aspettanti alla medesima e massime li espressi nell'Inventario del di detto fatto di mano del sud.o D.o Bernardino e sottoscritto m.co S. Bailo Tiburtio della somma di £ 2737 e10 piccoli, che fanno plt. £ 1603 e 8.

Alla quale fucina in contrada Vergobbia confina: da mattina il bosco di raggione dei medesimi Guizzi, o che ha causa da essi; da mezzodi le case de medesimi Guizzi, o chi avesse medamente raggioni et causa da essi, mediante l’Ingresso; da Sera parte le raggioni della Comunità di Sarezzo e parte l’Ingresso o corte; e da monte, uno di detti pezzi di terra sopra descritti”. Il pagamento è stabilito in “£ 5000 plt che con gli utensili etc. fanno in tutto £ 6603, 8 plt e tutti i beni comprese le pezze di terra, fanno £ 10.000, 18 plt. [...].

Con atto 2 ottobre 1688 gli heredi del q. Comino Bailo comprano dall’Ill.mo S.r Gio. Batta Micheli di Brescia anche la pezza di terra già comprata dai Guizzi, per £ 3405 : 6 : 6”.

Da un lungo atto dell'archivio Bailo, interessante ma che qui sarebbe ora superfluo trascrivere (atto redatto nel 1742, all'incirca, poichè si precisa che “sono già corsi 54 anni che il q.m. S.r. Tiburzio Bailo fece aquisto” della fucina della Valgobbia) risulta che negli anni successivi a questa vendita i rapporti tra i Guizzi, che risultano comunque lavorare nella fucina, e i Bailo (oltre ai Micheli) non furono sempre dei migliori riguardo alla proprietà di questa fucina e dei beni annessi, ma di fatto, nonostante un tentativo dei Guizzi di riacquistare la fucina, questa rimase dei Bailo ancora per decenni.

Nel 1720 Comino Bailo si accorda con Battista Busti e Giovanni Picchi di Sarnico per fabbricare i canali della fucina.

In un atto del 1802 presente nell'Archivio Bailo un certo Marco Silvestri è nominato "braschinotto" ["braschì"] al "foco grosso" della Valgobbia.

Nello stesso archivio si trova un documento del 1824 nel quale si tratta di questioni legate al fisco e al catasto e si fa riferimento a tre fucine appartenenti alla famiglia Bailo, quella delle "Bombe", in pessime condizioni e ridotta a macina per i cereali, quella delle "Casse" (altra località lungo il Gobbia) e quella della Valgobbia (che dunque era ancora di proprietà dei Bailo) della quale pure si lamenta il cattivo stato (e la mancanza di eventuali "affittuari"). Nel 1821, per gli stessi motivi si nominava già la “fucina nella Valgobbia con due fuochi e un fogatello con sue ragioni ed utensili”.

Attraverso uno o più passaggi di proprietà non documentati la fucina arriva poi, nel XIX secolo, nelle mani della famiglia Sanzogni (nel 1888 Pompeo Sanzogni risulta proprietario anche di una fucina alle "Casse"). Con atto del 1879 infatti i fratelli Pompeo, Angelo e Battista Sanzogni la comprano dai fratelli Gaetano e Tommaso Minola, di Brescia. La fucina è venduta naturalmente con tutti i diritti di utilizzo delle acque, dei beni immobili annessi e degli "effetti mobili", cioé “un maglio, un forno mobile e parecchi quintali di ferramenta”. La cifra pagata è di 7400 lire, cioé 5000 lire per la fucina, "fondi annessi" e 2400 lire per gli "effetti mobili".

La famiglia Sanzogni ne manterrà poi la proprietà fino a pochi anni fa.

[continua sul prossimo numero di SarezzoInforma]

Stefano Soggetti

 

 

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