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  STORIA 67

IL SANTUARIO DI S. EMILIANO 2° PARTE

In un inventario del 1667 tra i beni mobili appartenenti alla chiesa di S. Emiliano troviamo vari arredi sacri, candelieri, croci, campane ("una grande e una piccola"), due "tavolette dipinte", nove "tavoletti de voti", ma anche, naturalmente, "pignatte, secchie, manestri, scudellotti, coltelli e peroni", oltre ad altri utensili vari. Nell'inventario del 1678 è annotata anche la "calcina nella calchera" (la stesura di questi inventari e la presenza di "calcina" testimonierebbero di modifiche che si stavano portando al santuario). Sempre alla fine del '600 "messer Girolamo del fu messer Dandari" dona, nel suo testamento redatto il 29 luglio del 1691, 3 scudi alla chiesa dei santi Emiliano e Tirso, e nel 1694 i rappresentanti del comune ancora una volta decidono all'unanimità di destinare 100 lire "da spendersi in beneficio e miglioramento" del santuario.

Nel 1734 il Consiglio generale, probabilmente per porre fine ad una abitudine che aveva preso piede, decreta che "sia prohibito di dar le chiavi [del santuario] a chi si sia Persona" senza il permesso dei sindaci dell'oratorio.

Ai santi Emiliano e Tirso si ricorreva spesso per invocare la pioggia o, più raramente, come nel giugno del 1758 o nel luglio del 1763, la "serenità", quando il clima metteva in pericolo le coltivazioni e quindi la sopravvivenza stessa della comunità.

Nel 1746 il Consiglio generale del comune stabilisce quindi di "far cantare una messa" al parroco, coadiuvato da due altri religiosi, per ottenere "la bramata pioggia", e di raggiungere il santuario con una processione.

Si delibera anche di donare all'oratorio di S. Emiliano una somma per "suplire al pagamento della Pala" del pittore Giovan Battista Botti, rappresentante i santi Barnaba e Firmo, "comperata per decoro" del santuario. L'anno successivo il vescovo di Brescia Angelo Maria Querini dà facoltà all'arciprete vicario foraneo Antonio Filippo Pradella di benedire il nuovo altare dedicato appunto ai santi Barnaba e Firmo.

Naturalmente, come in ogni santuario che si rispetti, non potevano mancare le reliquie dei santi.

Così, nel 1747 il parroco Giovan Battista Montini offre la "Reliquia del Glorioso S.to Emiliano al di Lui Venerando oratorio" e viene stabilito dal Consiglio, a proposito di questa donazione, "che sia conferta facoltà a Sp.li SS.ri Sindici di cotesta comunità: per che facciano quell'onore decente, e possibile, secondo lo Stato di d.ta Comunità: secondo a loro sembrarà più espediente".

Nell'agosto di quell'anno il comune destina una somma di denaro per pagare, oltre ad un dono fatto al reverendo Domenico Perotti in occasione della sua prima messa, i trombettieri ed i soldati che hanno assistito alla celebrazione della reliquia di S. Emiliano.

Due anni dopo la "vicinia generale" stabilisce di investire soldi e alcune "legne" della "Valle mura", per la celebrazione delle reliquie di S. Tirso, cioé per la loro "Traslatione e Deposito".

Per lo stesso motivo verranno raccolte offerte, a dimostrare l'importanza che aveva il culto dei santi Emiliano e Tirso, anche al di fuori del comune.

Parteciperanno alla spesa per la celebrazione della reliquia Carcina (£ 16,4) e Villa con Cailina (£ 19,19 in vino e farina).

Nel giugno del 1770 il Consiglio generale del comune stanzia invece una somma da destinare "a beneficio della presente fabrica" del santuario, cioé per lavori di rinnovo della chiesa, mentre nel 1776 si stabilisce di "proveder diversi atressi per la Chiesa, e specialmente per la provista delle pietre per formar l'Altare nuovo".

Anche le testimonianze che ritroviamo nel corso del XIX secolo ci confermano l'interesse che ancora desta il culto dei santi Emiliano e Tirso, per quanto, almeno quelle a nostra disposizione, siano notevolmente inferiori a quelle del secolo precedente, durante il quale furono anche apportate le maggiori modifiche al santuario, come la costruzione del portico e di alcune stanze al di sopra di questo.

Nel 1806 il parroco di Sarezzo annota, a proposito del santuario di S. Emiliano, che è "situato sopra altissimo alpestre monte e sostenuto con pure limosine col titolo di SS.ti Emiliano e Tirso miracolosissimi Martiri a quali spesse volte ricorre questa popolazione nelle sue necessità, e serve ancora a commodo de lavoranti ne boschi e Custodi [di malghe]". Nel 1868 è ancora il parroco che annota come vi si celebri una messa ogni prima domenica di luglio, oltre ad altre diverse funzioni nel corso dell'anno, "per divozione privata in mano alla fabbriceria di Sarezzo".

Ancora per tutto il secolo XIX il comune si dimostra attento all'amministrazione del santuario tanto caro ai saretini e nel 1893 la Giunta, composta da Faustino Borghetti e da Antonio e Battista Guerini, approva un nuovo regolamento per la sua gestione.

Alcuni anni dopo, e siamo ormai alla fine del secolo, viene eletto "romito" del Santuario Giovanni Reboni ("detto Biondì"), per un salario annuo di 12 lire.

Per arrivare ai nostri giorni ricordiamo che alcune opere di restauro, anche ai dipinti, furono compiute durante gli anni '60 (nel 1962 invece fu installata la teleferica che collega le pendici del monte alla cima).

Nel 1982, in settembre, il Gruppo Alpini di Sarezzo, rinnovando la fatica di tanti loro predecessori nel corso dei secoli, portò fino a S. Emiliano una campana di 104 chili, dedicata ai caduti di Sarezzo, con le figure in rilievo di S. Maurizio e della Madonna.

Entro due anni circa sono previsti nuovi lavori per la ristrutturazione del santuario, finanziati dall'amministrazione comunale e curati da un apposito comitato, presieduto da Luciano Pintossi e in questo modo, nel nuovo secolo che stiamo vivendo, l'attenzione dei cittadini di Sarezzo per quel santuario sarà ancora una volta confermata.

Stefano Soggetti

 

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