STORIA 63
L'AFFRESCO DEL PALAZZO AVOGADRO A ZANANO
Il palazzo Avogadro di Zanano è certamente un edificio unico nel suo genere a Sarezzo. Non solo per l'aspetto esteriore, architettonico e perché ha ospitato nel corso dei secoli una delle famiglie più potenti del bresciano, ma anche perché rappresenta in modo quasi simbolico lo stratificarsi di diverse epoche storiche, in un percorso segnato da poche ma essenziali tracce ancora visibili a tutti.L'epoca romana, antica, è rappresentata dalle lapidi all'ingresso e dal cippo marmoreo nella piazzetta, lapidi che, nei nomi incisi, testimoniano della presenza romana, appunto, ma anche di insediamenti autoctoni, più antichi.
C'è poi la torre-casa, simile ad altre che troviamo in valle e nel territorio, a testimoniare dell'epoca bassomedievale, epoca di scontri cruenti tra eserciti e fazioni rivali.
C'è il palazzo vero e proprio, dagli eleganti contorni che richiamano il gotico internazionale, e ancora l'arco d'ingresso, barocco, con lo stemma della famiglia, che unisce il palazzo alla parte più moderna dell'edificio, ristrutturata in anni recenti.
All'interno del palazzo Avogadro si trova, tra gli altri che adornano le varie stanze (o "caminate", nel caso fossero fornite di camino) "picte", cioé dipinte, un affresco curioso, che rappresenta figure di animali (lupi? orsi? cani?) in atteggiamento bellico.
A proposito di questo affresco e prendendo spunto da quanto scrive Roberto Simoni nel suo libro su Sarezzo da poco pubblicato, vorrei esprimere un'idea, un'ipotesi ulteriore sull'interpetazione della scena qui raffigurata e sul significato che vi sarebbe celato.
Tra le ipotesi più accreditate c'è quella che vede in questo affresco, rovinato dal tempo e da aggiunte posteriori alla sala, la rievocazione di uno scontro tra guelfi e ghibellini avvenuto in Valtrompia tra il XIV e il XV secolo, uno scontro che avrebbe visto i ghibellini sconfitti dai guelfi guidati da un Avogadro (ma esistono anche interpretazioni più genericamente simboliche, non legate a contingenze storiche precise).
I due opposti schieramenti sarebbero appunto rappresentati dai lupi (orsi?) bianchi e da quelli neri (non so però se si possa proprio parlare di lupi bianchi e neri o non piuttosto di lupi colorati e di lupi scoloriti dal tempo, mentre sono indubbiamente chiare le figure degli animali cavalcati, in primo piano).
In quest'ottica interpretativa il castello sullo sfondo sarebbe da individuare con il castello che si trovava a Gardone nella località dove sorge la chiesa di S. Rocco (e che darebbe il nome al paese, essendo posto a "guardia" del territorio), mentre la fortificazione in primo piano, sulla destra, sarebbe il castello di Testaforte, che si trovava a Pontezanano, importante presidio contro i ghibellini, come specifica il da Lezze nel suo Catastico del 1610. Quest'ultima parte dell'affresco, però, potrebbe anche rappresentare una città turrita e murata, nella fattispecie la città di Brescia, considerata tra l'altro una certa somiglianza con alcune antiche raffigurazioni quattro e cinquecentesche di questa (si veda ad esempio quella pubblicata nel 1486 nel "Supplementum chronicarum" di Jacopo Filippo da Bergamo e citata nella "Storia di Brescia" come la più antica raffigurazione a stampa della città).
Se così fosse si può immaginare quello rappresentato sullo sfondo, in un contesto descrittivo non preciso al dettaglio, ma piuttosto figurato, come uno dei tanti castelli che si trovavano in Valtrompia (magari quello di Bovegno o di Gardone, oppure quello di Testaforte o ancora quello che forse si trovava a Sarezzo), inserito nel paesaggio montano della valle, simile a quello che l'anonimo pittore avrebbe visto affacciandosi alle finestre del palazzo, dove alcuni uomini, sempre in forma di animali, si dedicano alla caccia con l'arco.
La stretta valle al centro potrebbe rappresentare proprio la Valtrompia, dalla quale uomini (animali), recanti sulle spalle le più svariate armi, discendono fino alla città, guidati da un Avogadro (Pietro?).
Le figure in primo piano sulla sinistra, la parte più rovinata dell'affresco, sono di difficile lettura, ma pare di scorgere il profilo, forse, di una tenda posta al di fuori della città assediata, davanti alla quale due uomini (animali) si incontrano e si abbracciano in segno di alleanza, quello a capo dei valligiani e quello che dirige l'assedio (che si tratti di un assedio sarebbe dimostrato dalle macchine da guerra che si vedono in primo piano, vicino alle figure dei trombettieri e del vessillifero).
Il dipinto, insomma, rappresenterebbe una delle tante battaglie sostenute contro i ghibellini viscontei tra XIV e XV secolo, sempre con l'aiuto dei valtrumplini reclutati e guidati dai Nassini e soprattutto dagli Avogadro, primo fra tutti Pietro Avogadro. Celebrerebbe quindi la riconquista della città e la sconfitta dei ghibellini, che si sottomettono ai guelfi, rappresentati dalla bandiera con il giglio, o iris che sia, simbolo tra l'altro della Valtrompia.
Forse si voleva ricordare, imprimendolo indelebilmente, o quasi, sulla parete del palazzo, la presa di possesso di Brescia, avvenuta agli inizi del '400, da parte di Pandolfo Malatesta, che fruttò proprio agli Avogadro, per l'aiuto prestato, il feudo di Polaveno e alla Valtrompia numerosi privilegi.
Oppure la guerra che alcuni anni dopo (1426) portò alla conquista del territorio da parte della repubblica veneta, dalla quale invece gli Avogadro ottennero il più ricco feudo di Lumezzane.
Ma come si è detto si tratta solo di un' ipotesi, una delle tante che sempre si fanno di fronte a tracce mute della storia.
Stefano Soggetti
Elaborazione grafica Sergio Piccini Radio Rete 5 - Portale Valtrompianet