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  STORIA 60

SAREZZO NEI GIORNI DEL COLERA: COSI’ CI SI CURAVA, COSI’ SI MORIVA

All’inizio dell’Ottocento – narrano le cronache del tempo – “la desolazione degli abitanti di Sarezzo, massimamente delle famiglie numerose, è grande”. Il 3 luglio 1801 la Deputazione comunale scrive alle Autorità provinciali “implorando alcune some di formentone per i più poveri di questo Comune che non possono più sopravvivere a questa Carestia essendo costretti a fare un solo pasto al giorno”. Di anno in anno la situazione sanitaria peggiora, aggravata, oltre che dalla fame, dalle pessime condizioni igieniche in cui la gente viveva. Tra le principali cause di morte, specie in giovane età, c’erano la denutrizione e le malattie contagiose. Negli anni della grande carestia del 1816 – 17 a Sarezzo muoiono:

Pezzarossi Catterina – febbre lenta,

Tonni Marta – cancrena,

Rossi Maria – doglia polmonare,

Borghetti M.Teresa – febbre,

Depiazzi Maria – pellagra,

Molinari Giuseppe – febbre putrida,

Pravallo Martino – pellagra,

Mirella Giacomo – pellagra,

Pintossi Rosa – tisi,

Sottini Domenica – febbre ridotta a tisi,

Feranti Ferrante – tisi,

Berardi G.Battista – inedia,

Galizioli Maria – tisi,

Marianini Francesca – tisi,

Padretti Maria – pellagra.

A Zanano:

Zola Giovanni – affezione verminosa,

Salvinelli M.Catterina – apostema,

Zanetti Cattarina – pleurite,

Sgorlini Annamaria – ostinata diarrea,

Pessarossi Lucia – pellagra.

A Noboli:

Antonimi Vincenza – pellagra,

Caponi Maddalena – affezione verminosa,

Costanzi Orsola – pellagra,

Caponi M.Maddalena – pellagra

Palini Giambattista – lenta consumazione.

Ma il peggio doveva ancora arrivare.

All’inizio dell’anno 1836 nel Lombardo – Veneto si manifestò un male contro il quale non c’era rimedio alcuno. I medici lo chiamarono “Cholera morbus”. Il nome, che aveva alcunché di misterioso ed il fatto che il morbo provenisse dalle remote regioni dell’ Asia, non facevano che accrescere lo spavento della gente. Tutti, a cominciare dai medici, erano increduli e quasi rassegnati. Si era di fronte ad una malattia nuova ed inspiegabile, di cui non si conoscevano le cause, un male oscuro che molti attribuivano a potenze arcane, a influssi malefici e sconosciuti.

In aprile il colera venne segnalato a Palazzolo, Rovato, Coccaglio e infine Brescia. Il 24 giugno il dottor Orazio Avogadro certifica che Innocenzio Paroli di Zanano è affetto da “Cholera morbus”.

Quando la notizia si sparge in paese, tutti accorrono “trasportati dalla curiosità” nella camera del moribondo. L’atteggiamento prevalente era quello di un’impotente rassegnazione come era successo nei secoli precedenti di fronte alla peste (“A chi la tocca, la tocca!” – ripeteva – ricordate? – il manzoniano Tonio).

Chi non ha veduto i Cholerosi non ha veduto cosa spaventevole”, lasciò scritto allora don Giacomo Turinelli, parroco di Sarezzo.

“Questa malattia comincia con uno svenimento, succedono diarrea, vomito, grampio dolorosissimo, gli occhi si concentrano assaissimo, le estremità si raffreddano diventano violacee, oscure, e si congelano; le parti carnose in poche ore si tolgono, e i colossi più forti e robusti si fanno rachitici in maniera che sembrano un gomitolo. Per essa malattia non vi è rimedio specifico”.

I deputati comunali di Sarezzo, Gaetano Montini – Paolo Guizzi – Faustino Borghetti, riuscirono ad entrare in possesso di un documento, che prescriveva una cura contro il colera, predisposto

da un medico di Torino che negli anni 1817 – 1821 era stato in Russia “impiegato da quel Governo per la cura del Cholera”.

Vediamo alcuni stralci di questo documento conservato nell’archivio comunale, recante la data “Pietroburgo 12 7bre 1821”:

“Primieramente bisogna mettere il Medico fuori dal caso di prendere l’infezione, che si ottiene versandosi, di tanto in tanto, qualche goccia sul petto di Menta peperita, che per il calore del corpo si volatilizza a poco a poco e si mischia nell’aria che si respira, questo basta per garantirsi.

Passo ora a descrivervi il Metodo di Cura.

Se la malattia si manifesta colla diarrea acquosa inodore accompagnata dal vomito, bisogna condurre l’ammalato in una stanza assai calda, prescrivendogli l’olio di mandorle dolci coll’olio di menta peperita e far prendere questo all’ammalato nella dose di un cucchiaio ogni quarto d’ora, dando a bere, fra una dose e l’altra, del thè di menta peperita. Se con l’uso di questo olio il vomito non cessa ed è sempre acquoso (quest’acqua è la linfa del sangue che è versata nei visceri digestivi) allora bisogna dare all’ammalato una goccia d’ olio di menta da prendersi finchè il vomito cessi, ciò che ordinariamente arriva in poco tempo. Ma vi sono dei casi che il vomito non cessa ancora, allora bisogna far prendere cinque grani di Calomelano collo zucchero ogni tre ore, non interrompendo l’uso dell’olio di Mandorle con quello di Menta e, fra le dosi, il thè di menta o di melissa.

Allorquando la diarrea è cessata, lascio riposare l’ammalato due o tre ore, quindi comincio a fargli prendere uno o due cucchiai da tavola di Olio di Ricino, e ripeto ogni tre ore la stessa dose, finchè il malato dopo aver evacuato dei pezzi di bile coagulata, viene ad evacuare naturalmente una porzione dell’olio che ha preso. In questo caso la malattia è distrutta e non ci vuole più che una buona dieta e qualche tonico.

N.B. Se il morbo comincia coi sopraddetti sintomi, l’ammalato in due o tre giorni si ristabilisce; ma se viene il dolore alla fontanella (regione precordiale) la malattia è più grave.

In questo caso si fa un impacco alla fontanella stessa composto di Euforbio misto con senape e aceto forte. Nello stesso tempo si frega la parte superiore dello sterno con gocce d’olio di menta.

Descrizione di un coleroso in pericolo.

Se non si interviene subito, il malato diventa freddo, gli occhi rientrano nel fondo dell’orbita, le estremità diventano turchine, più o meno oscure, di un freddo cadaverico, la voce è appena sensibile, la lingua diventa gonfia e come ghiaccio, orribili convulsioni tormentano il malato, le braccia, le gambe si raccorciano e si piegano involontariamente. Prima che comincino le convulsioni serve la frizione forte e continuata alle estremità ed in seguito a tutto il corpo coll’ ammoniaca volatile e lo Spirito di Angelica. Se poi l’ammalato diventa rosso, cogli occhi turgidi e perde la presenza di Spirito, applico due sanguisughe alle tempie e quattro alla regione epigastrica e le fo succhiare il più che è possibile. In questo stadio della malattia il sangue è privo di linfa, si arresta nei vasi la circolazione ed il polso si annulla, quindi ne segue la morte.”

Nonostante i provvedimenti messi in atto dagli uomini del comune e le cure suggerite dai medici, il morbo dilagò per tutto il mese di luglio. “Erano deserte le contrade e chiuse le botteghe per la morte di questo o di quello, o per la fuga di chi cercava lo scampo; era uno squallore veramente grande il vedere di notte un funebre e pallido lume nelle case dove giacevano i cadaveri, o sentire notte e giorno a far casse dei morti.”

Con l’arrivo dell’autunno l’epidemia cessò completamente.

Si ripresentò più che mai virulenta soltanto 19 anni dopo.

A Zanano, nella chiesetta di S.Martino una scritta posta a sinistra sopra il cornicione ci ricorda che la volta venne dipinta dal pittore Lorandi Aloisio nel 1855, l’anno in cui imperversava il colera.

 

Roberto Simoni

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