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  STORIA 59

LA ROGGIA AVOGADRA

(2^ parte)

Nel luglio del 1763 il cancelliere Michel Guizzi, a nome dei Sindaci del comune, rende noto "sicome Domenica prossima al logo solito dopo il Vespro si farà il publico incanto della curadura della Sariola delli Molini di Zenano" e qualche anno dopo, nel 1794, il Consiglio del comune invita i compartecipi della seriola a riparare i danni di questa, che è "soggetta a disalveare nel luogo detto Codole".

Tra '700 e '800 è stabilito che "Il vaso della Sariola di Zenano deve essere curato come qui sotto", e cioè:

"Dal mantello sino alla vezola della Levata di Zenano tutti i compartecipi insieme secondo il suo carratto

Dalla Vezola della Levata di Zenano sino al termine della casa del Pan di Miglio tocca alli Paroli

Dalla casa del Pan di Miglio sino alla vezola in fondo a Zenano tocca alla Comune

Dalla Vezola in fondo a Zenano sino al Bevidore di sotto della fucina del Pandimiglio tocca al Pan di Miglio

Dal Bevidore, sino in fascia alla strada di Noboli toccava alla fucina del Boglione quando vi era

Il restante del vaso alli Sig. ri Baili".

Il documento è senza data (ma è collocabile tra il XVIII e il XIX secolo) e testimonia l' avvenuto abbandono da parte del signor Boglione della fucina in località Borione (che probabilmente da lui prese il nome), dove la strada conduce al ponte vecchio di Noboli.

La stessa fucina, in un documento del 1822 è infatti definita "dirocata".

In quello stesso anno un reclamo è inviato all'Imperial Regio delegato (ricordiamo che siamo ormai sotto il governo austriaco, imperiale e regio appunto) per protestare contro una tassa imposta ai Bailo per finanziare alcuni lavori fatti "a sostegno della Regia Strada di Valtrompia dal prato della fucina Pandemiglio" fino al Mulino Bailo.

Lo scrivente, che rappresenta la famiglia Bailo, ricorda come fino ad alcuni anni prima, sotto la Repubblica Cisalpina, nel 1798, la strada fosse "impraticabile à rotabili" e che "la sua sede bassa e angusta e precipuamente nella preaccennata località era fiancheggiata dalla diga che portava ed invasava le acque animanti l'edifizio fonderia Canoni e Bombe Bailo, diga che innalzavasi di gran lunga al di sopra della sede stradale, e che non potevasi frequentare nè dagli uomini nè dalle bestie essendoci poste all'ingresso della diga stessa le sbarre".

La strada fu poi innalzata, ancora sotto il governo cisalpino, e "lo Stato si appropriò l'arginatura o spalto antedetto" e quindi non é responsabile la famiglia Bailo per certi danni avvenuti lungo la strada e "non è poi vero che le corrusioni di poca entità lungo il Canale antedetto emergano in causa dell'acqua livellata" ma per gli "animali assetati pel viaggio e pel caldo che adescati dall'erba e dal facile abbeveramento accorrono alla sponda, delabrando il ciglio della Strada a cui molto vi concorre anche la negligenza dei carrettieri, che lasciano vagar il proprio bestiame".

Problemi simili, di ristrutturazione di parti della strada di Valle lungo il corso del canale, si ripropongono nel 1861, quando tra gli utenti della roggia troviamo Rosa Ballerini (erede dei Bailo), Angelo Paroli e Teresa Avogadro.

All'inizio del '900 invece gli utenti che troviamo citati in una comunicazione al comune sono la ditta "Eredi fu Francesco Glisenti", con sede a nord e a sud di Zanano, la "Società Elettrica Anonima di Sarezzo", con sede a Zanano, e Adele e Rodolfo di Brehm.

Concludiamo ricordando una "questione" di carattere più generale, per quanto riguarda l'utilizzo delle acque del Mella, che nel 1830 oppose alcuni comuni della valle (Gardone, Sarezzo, Villa, Carcina, oltre a S. Vigilio, Concesio e Bovezzo) alla città di Brescia, che rivendicava in periodi di

estrema siccità il proprio diritto all'utilizzo di quelle acque, pretendendo di impedirne l'uso agli abitanti di quei comuni.

Nella difesa che le Deputazioni (cioé gli organi amministrativi dell'epoca) dei comuni suddetti fanno dei propri diritti si ricorda tra l'altro "che la Valtrompia e i Comuni che la compongono formarono sempre mai un corpo totalmente separato dalla Città e territorio di Brescia, e che non appartennero, e non furono mai subordinati alla stessa, ed alla di lei giurisdizione".

Si lamenta quindi, con un certo impeto polemico e un po' di enfasi oratoria, "che voglionsi condannare i Valligiani, con nuova pena di Tantalo, a veder scorrere sulle loro labbra le acque del Mella senza poterne attingere un sorso per dissetarsi", e sentenzia l'estensore dell'atto che "insegna natura istessa a provvedere alle proprie, pria che si soccorra alle altrui bisogna", cioè che è meglio pensare prima alle proprie necessità e poi a quelle degli altri, un'affermazione che sembra tolta da qualche odierno dibattito politico-sociale.

Si ricorda poi che "le Comuni e molti individui della Valtrompia da secoli e tempi immemorabili occuparono il detto fiume [Mella], vi piantarono, e costrussero trabate, mantelli e bocchette che tuttavia esistono e mantengonsi con grave dispendio, ed estrassero, come estraggono, le acque attualmente inservienti all'attivazione di edifici di Officine, ed alla irrigazione dei pochi preziosi loro campi".

Nella deliberazione dell'Imperial Regio Delegato, De Pagave, che darà poi ragione ai comuni della valle, si citano gli antichi statuti di Brescia e alcune successive disposizioni, che nel corso dei secoli avevano regolato appunto l'uso delle acque del Mella e dei fiumi Celato, Grande e Bova, quelli che alimentavano i mulini della città.

Disposizioni che spesso, effettivamente, in caso di grave siccità davano diritto di "prevalenza" alla città rispetto ad altri comuni nell'utilizzo delle acque del Mella.

Diritto che però non avrebbero avuto in questo caso, quello sollevato nel 1830, non sussistendo più i motivi che potevano un tempo giustificarlo, grazie anche all'aumentata produzione di farine nei numerosi mulini esistenti e alle differenti condizioni della città, delle vie di comunicazione e dei trasporti rispetto al passato (per tacere di quei mugnai dei mulini lungo il Bova e il Grande, trovati in passato a "vendere" clandestinamente di notte l'acqua per l'irrigazione, acqua destinata invece alla macina dei cereali).

Stefano Soggetti

 

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