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  STORIA 58

LA ROGGIA AVOGADRA

(1^ parte)

Importanza fondamentale per l'industria in Valtrompia e in generale per l'attività produttiva del passato hanno sempre avuto i corsi d'acqua artificiali. Possedere l'acqua, cioè avere il controllo delle rogge, delle seriole, dei canali, significava possedere l'energia, come sarebbe oggi avere il controllo di una rete elettrica. L'energia prodotta con l'acqua muoveva ruote di mulini, magli di fucina, mantici, ingranaggi di “folli” da lana o da carta e animava la produzione più tipica della nostra valle, la lavorazione del ferro proveniente dalle miniere dell'alta valle e dai forni fusori, che prendeva la forma di attrezzi agricoli e industriali, incudini, palle da cannone, armi da fuoco.

Anche il territorio del comune di Sarezzo era solcato da numerosi canali artificiali, più o meno lunghi, che prendevano acqua dal Mella, dal Redocla, dal Gobbia, e ne mantenevano costante il flusso attraverso vari meccanismi idraulici e opere murarie (“trabate”, “gabbioni”, “usere”, “mantelli”, ecc.). Li troviamo dislocati soprattutto nelle zone a carattere più prettamente produttivo, come la zona tra Sarezzo e Noboli, lungo il Mella, o quella della valle di Lumezzane, lungo il Gobbia (si noti come queste zone hanno mantenuto la caratteristica di zone artigianali). Nel nostro comune il più importante di questi canali era la cosiddetta Roggia o Seriola Avogadra. Il nome, come è evidente, deriva da quello della famiglia degli Avogadro, famiglia di nobili cittadini bresciani, ma anche di produttori di “ferrarezze” e commercianti, che nella nostra valle avevano trovato terreno fertile per queste loro attività. Questa roggia, che in molti ancora ricorderanno, prendeva acqua dal Mella, a Pontezanano e scorreva fino a Sarezzo, prima seguendo all'incirca la strada interna di Zanano, quella di Irle, antica strada di valle, e poi lungo il percorso dell'attuale strada statale.

Il canale dava energia a fucine e mulini sparsi lungo il suo percorso, gli "Edifici" della seriola. Fucine e mulini degli Avogadro, dei Redolfi, poi dei Paroli, dei Pandimiglio, dei Boglioni, fino alla famosa fucina “delle bombe” di proprietà dei Bailo (“detta la Fondaria de Canoni”), che la acquistarono nel '600 dalla famiglia Avogadro, dai Costanzi e dai Perotti e posta nella "contrada dell' Ospitale", nella località chiamata poi “castel bruciato”.

A partire dal '400 si ha notizia di questa importante opera idraulica e la si trova citata successivamente in numerosi atti notarili.

Nel 1517 Giovanni Bailo fu Bartolomeo Dandero compra “dall'Ill.mo Signor Decio q. [fu] Geronimo Avogadro” una “pezzola di terra ortiva in contrata Gremone di Zenano per fabricar l'edificio della focina di Zenano vicino alla seriola del Molino pur di Zenano”. Nello stesso anno anche i fratelli Antonio e Gabriele Redolfi Avogadro derivano acqua dalla seriola per costruire una fucina a Zanano in contrada “comazore”. Forse queste nuove fucine nacquero per rispondere ad un'accresciuta domanda di armi da parte della repubblica veneta, tesa a rafforzarsi dopo la sanguinosa guerra che interessò il nostro territorio tra il 1508 e il 1516, e comunque testimoniano di una ricca attività artigianale.

Nel 1521 Decio Avogadro compra un pezzo di terra a Zanano, in contrada della Poffa o della Levata, per costruirvi il “vaso nuovo” della seriola. L'acquisto è fatto a nome dei componenti della società del vaso della seriola e cioè Giorgio e Alessandro Avogadro, Giovanni Bailo, gli eredi del fu Redolfino Redolfi e gli eredi del fu Antonio Perotti. Il venditore Domenico Odolini e i suoi eredi avranno in perpetuo il diritto di utilizzare l'acqua di quel vaso della seriola per irrigare i propri campi. La roggia era gestita in compartecipazione da coloro che la sfruttavano e i “compartecipi” o “soci” erano tenuti a partecipare alle spese per la sua manutenzione. La conservazione della roggia era di solito affidata a “massari”, che ne mantenevano il controllo a nome della "compagnia" e si occupavano delle riparazioni, soprattutto in seguito alle inondazioni del Mella. Lo statuto di Valtrompia stabiliva, in generale, le regole per la gestione delle acque. Nel 1533 i soci della compagnia della seriola nominano “actore e massaro domino Antonio di avogari da zena ditto di redolphi”, Antonio Avogadro Redolfi (o Redolfini), con licenza di “dover spender per conservar mantener et reparar al sopra ditto Vaso et seriola ogni di et hora sera bisogno et accadera al conto de ditti compartecipi”, cioè perché si occupi appunto del buon mantenimento del prezioso canale in ogni momento, a spese naturalmente dei "compartecipi".

Ancora nel 1542 è eletto massaro Antonio Redolfini perché, tra le altre cose, faccia “tutto quello che bisogna far al presente al cavalotto da la Levada”, come "piantar et far piantar piantoni n° Cento sotto alla soprascritta archa [alla Levata]” e “curar et far curar ditto vaso de seriola ogni fiada [ogni volta] che sara de bisogno”.

Il 28 dicembre 1666 il Consiglio generale del comune, convocato “al modo solito et consueto a' sono de campana et de voce de Angelo perotto console per far li novi ofitij per l'anno prossimo 1667 ”decide “de far uno Massaro sopra laiguale della Seriola de molini in Zenano con questo che il Sig.r Comino Bailo si obliga per quello che tocara a d.o Comune et alli Compartecipi de essa Seriola a pagar per quello per l'anno prossimo 1667 correndo balle 26 aff.e cont.e 4”.

Fu eletto massaro “Ser Bartolomio del fu Ser Lucha Salvino in compagnia de Gio. Maria Salvi [...] con obligo de reveder quello fa bisogno drio essa Seriola et de levar li Usseri quando fa bisogno, et de far quello fara bisogno dentro li molini dando perho aviso alli SS.ri Sindici, et de far far tutto quello fara bisogno drio essa Seriosa”.

Naturalmente non mancavano le periodiche lamentele, le rimostranze per i danni subiti o per la gestione e l'utilizzo improprio della “seriosa”.

Nel 1615 i “compartecipi della seriosa” si rivolgono ai consoli giusdicenti del comune, che faranno pubblicare un bando contro coloro che sfruttavano illegalmente le acque del canale rompendone perfino gli argini, cioé contro quelli che per “adaquare le loro possessioni rompono il vaso, e tolcono l'acqua fora del vaso anche quando si lavora, e non si curano poi di metter l'acqua nel vaso quando hanno adaquato ma si fanno temerariamente lecito di lasciar andar l'acqua in dispersia”.

“La qual cosa”, si continua poi, “è contra ogni sorte di Raggione e Giustitia, e per dirla in una parolla temeraria prosuntione che cede a grave danno pregiudicio et interesse, et incomodo di sudetti Compartecipi”.

Si stabilisce quindi una pena di cento lire planete per chi contravverrà alle regole nell' uso dell'acqua della roggia.

Dieci anni dopo, nel 1625, ancora una volta devono intervenire i consoli giusdicenti.

A loro si rivolgono infatti Fioravante Avogadro, Paola e Antonio Perotti e Vincenzo Costanzi, cioé i proprietari della fucina “dell' hospitale”, quella che diverrà poi dei Bailo, lamentando che “messer Scipione Perotto” si é permesso “senza licentia de alcuno di essi”, di rompere l'argine della seriola, nel punto in cui serviva la detta fucina, per irrigare i proprio terreni e che l'acqua uscita ha anche danneggiato 130 sacchi di carbone stipati nei carbonili e ancora che "il focho posto in essa focina sentendo lumidita [l'umidità] patise e patira [subisce e subirà] grandemente danno”. Si stabilisce quindi che “Ser Scipione Perotto [...] volia et debba aver stopato detto argine et acomodato in laudabil forma si come era anco deprima acio che [affinché] laqua vada per il suo vaso”.

Nel 1724 sarà invece il sindaco della Valtrompia, Giovan Maria Venturi a intervenire, perché la rottura di un ponticello (“o sia vezzola”) lungo la seriola, al di sotto di Zanano, aveva reso quasi impraticabile la strada di valle non solo per i “passaggieri pedestri", ma anche per "quelli che fossero a cavallo”.

In data 12 novembre 1738 troviamo, conservato nell'archivio Bailo, l'elenco delle spese fatte per un'importante opera lungo la roggia a Pontezanano, cioè l' edificazione “del novo Mantello [...] con trè corsi di palificada usera, arca nova, et muro di sotto e Sopra al ponte con curadura del vaso”. Le spese riguardavano la calcina, la legna, le pietre, i metalli e naturalmente i muratori e tutti quelli che avevano prestato la propria opera, a partire da Mastro Gieronimo Fappanno fino a Lodovico Perotti, Paolo Gidinello, Lorenzo Moretti, Giacomo Bileri e altri.

[continua sul prossimo numero di Sarezzo Informa]

Stefano Soggetti

 

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