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  STORIA 51

PER LE CONTRADE di SAREZZO

Nei prossimi giorni sarà disponibile il libro di Roberto Simoni “Per le contrade di Sarezzo”.

E’ un’opera di notevole importanza per la nostra comunità. Per la prima volta, dopo alcune monografie di grande valore, viene pubblicata una storia generale di Sarezzo e delle sue frazioni. Nel corso di alcune settimane (secondo il calendario pubblicato su “Sarezzo informa”) si susseguiranno le serate di presentazione. Il libro sarà disponibile per gli appassionati di storia locale, ma anche per tutti coloro (e speriamo siano molti) che non vogliono rinunciare a conoscere le proprie origini. Non siamo “laudatores temporis acti”, non pensiamo che il passato sia migliore del presente, ma siamo convinti che conoscere la nostra storia, la nostra cultura, le nostre tradizioni, insomma la nostra vita, sia il modo migliore per vivere da protagonisti (e non succubi di ideologie e di slogan prefabbricati) in questo terzo millennio da poco iniziato. Per evidenziare l’alto livello dell’opera (frutto di una ricerca attenta e completa del “maestro” Roberto Simoni) proponiamo alcuni stralci del quinto capitolo.

Ernesto Pintossi


GLI ANNI DELLA PROSPERITÀ

L’ACQUA, IL FERRO, IL FUOCO

Seconda metà del Quattrocento. Ponte di Zanano, località del comune di Sarezzo ai confini con Gardone. Un pugno di antiche fucine fondate sulla roccia e annerite dal fumo si allineano sulla riva destra del Mella in prossimità del vecchio ponte che porta a Zanano. A pochi passi dalle fucine, si erge il forno fusorio presso cui uomini, neri come il carbone, lavorano giorno e notte. Più a nord la grande casa con il portico che appartiene ad un Giacomino Redolfi degli Avogadro di Zenano. Da pochi anni risiede qui Giovanni del fu Bartolomeo de Danderis, soprannominato Bailo. Il Redolfi ed il Bailo sono i comproprietari del forno fusorio e di alcune fucine che forgiano armi per la Repubblica di Venezia. Tutto intorno è un continuo andirivieni di uomini, carri e muli. Da Bovegno e Pezzaze arrivano i carri di minerale di ferro pronto per la fusione, da Gombio scendono quelli che portano carbone di legna per alimentare il forno e i fuochi delle fucine. Su tutto domina il ritmo dei colpi incessanti dei magli sulla riva del fiume.

Può sembrare fantasia. È soltanto la descrizione di un angolo del nostro comune come si sarebbe potuto fotografare all’inizio del periodo storico conosciuto come Rinascimento.

A Brescia il Rinascimento evoca il nome di grandi artisti come il Moretto e il Romanino, ma ciò che più colpisce è il fervore di rinnovamento che interessa tutta la città.

Il centro, che conservava ancora un assetto medioevale, si arricchisce di piazze, chiese e palazzi di stile schiettamente veneziano. Lungo le sue vie si aprono case – fondaco, magazzini e botteghe, dove lanaioli, tessitori, pellicciai, orefici trattano le loro mercanzie.

Mentre, sotto il dominio della Serenissima, Brescia si appresta così a trasformarsi in una “piccola Venezia”, la bassa e media Valtrompia vive il periodo di maggiore espansione economica dei secoli passati. Questo sviluppo, dovuto alla tradizionale sagacia e operosità della gente valtrumplina, è favorito dalla presenza sul territorio di tre fondamentali risorse:

l’acqua del fiume e dei torrenti che produce l’energia per muovere le macine dei mulini, i magli delle fucine, i mantici dei forni fusori,

il ferro estratto dalle miniere, materia prima per produrre ogni sorta di attrezzo,

il bosco che fornisce la legna da ardere, ma soprattutto da trasformare in carbone per i fuochi delle fucine e per i forni.

LE SERIOLE

Il Mella impetuoso costituiva l’unica sorgente di energia motoria. Ma era un fiume incontrollabile, spesso foriero di sventure, quando, gonfio per le insistenti piogge, abbatteva gli argini e si buttava fra case e campi subissando ogni cosa. I nostri avi pensarono allora di scavare quel reticolo di seriole e canali che fino a pochi anni orsono, andavano a bagnare i campi ed a lambire i borghi.

Era l’altomedioevo quando in Valtrompia cominciò a girare la ruota del molino ai bordi della seriola. Ma non sappiamo quando venne scavato il vaso della seriola che, derivando l’acqua sulla sinistra del fiume, aveva inizio appena più a nord del vecchio ponte di Zanano.

Ancora oggi possiamo scorgere la grande triplice “travata” dove la seriola iniziava il suo percorso correndo parallela al fiume per circa trecento metri. Piegava quindi a sinistra, scendeva attraverso i campi, in posizione elevata (la Levata), per precipitare in una cascata e mettere in attività le fucine e il molino che essa incontrava lungo il suo percorso. A sud di Zanano passava attraverso la “Breda”, dove alcune “uscere”, o paratoie, permettevano di far defluire l’acqua per “adacquare” i campi coltivati. In località Borione (o Boglione) si divideva in due rami, uno andava a destra alla fucina Boglione, l’altro proseguiva fino alle fucine in località dell’Ospitale, presso il torrente Redocla.

I più antichi documenti finora rinvenuti che riguardano la seriola, detta di Zanano, risalgono alla fine del ‘400 – inizio ‘500 – e trattano in particolare il problema delle sue periodiche riparazioni.…

I MOLINI

Nel medioevo era sempre la vista della ruota del molino e del campanile della chiesa che annunciava da lontano la presenza di un convento o di un borgo rurale. Così doveva essere soprattutto nelle corti monastiche.

Allorchè, verso il Duecento, giungono a Zanano gli Avogadro, anche il molino, come tutto il resto, diventa proprietà della nobile famiglia feudataria e tale rimane fino all’inizio del Cinquecento.

Il 16 agosto 1491 gli uomini del comune e la Vicinia, si riuniscono per deliberare di “trattare col Magnifico Angelo Avogadro” l’acquisto del molino di Zanano utilizzato dagli abitanti di tutto il comune. L’accordo per la transazione “tra il comune e il Magnifico Signor Decio Avogadro” è raggiunto il 9 febbraio 1517. Il 18 gennaio 1529, per mano di Gabriele Perotti, il comune salda il debito con Decio Avogadro.

In seguito il molino di Zanano dovette essere notevolmente ampliato fino ad avere tre ruote contemporaneamente funzionanti. Nel ‘700 i documenti comunali che riguardano l’affittanza del molino, parlano sempre dei molini di Zanano (al plurale).

Il Comune di Sarezzo – dice un documento del 1726 – ha tre molini in Zenano sotto un solo Copertume, cioè tre Ruote sopra acqua perenne, di cui due sole andanti”.

Agli inizi del Quattrocento era in funzione un molino anche nella Valle di Sarezzo, sulla riva sinistra del torrente Redocla, poco al di sopra della località nota come “Put de Becc”.

Era probabilmente ad una sola ruota, così che un secolo più tardi si presentò la necessità di costruirne uno nuovo. In data 31 marzo 1522 il comune comperò da Gabriele Perotti “Una pezza di terra prativa e ripata” che confinava con il vecchio molino e nella quale c’era (particolare curioso) un albero di pomi.

Qui venne costruito il molino nuovo, detto anche “molino di sopra” (fabricare fecerunt unum molendium novu vidilicet molendium de supra).

Di lì a pochi anni, nel 1536, nelle immediate vicinanze, ne venne edificato un terzo.

Il citato documento del 1726 dice: “Il Comune in primo ha tre molini in Sarezzo, cioè sotto tre copertumi, con quattro Ruote, ma solo tre andanti in un istesso tempo”.

Sul finire del ‘400 ci doveva essere un molino anche in Valgobbia, in un prato presso il torrente Gobbia, detto appunto “prato del molino”.

LE FUCINE

Brescia, famosa per il commercio delle ferrarezze, non sarebbe diventata tale se alle sue spalle non avesse avuto le miniere, i forni fusori, le fucine della Valtrompia. “Quella Valtrompia ove tutte le potenze d’Italia, Germania e Francia venivano a provvedere le armi occorrenti ai loro bisogni”. Nelle valli bresciane “si lavorano ogni sorte di azzali et ferri in grandissima quantitate, vi sono forni che lavorano et della minera cavata fanno ferri in bon numero, delle quali si fanno poi azzali, ferri ladini et tutte sorte de ferri lavoradi, cioè ranze, padelle, lamere, vanghe, badili, vomeri et altre sorti de ferri per la agricultura, chiodi di ogni sorte et ogni qualità di ferrarezze per lo uso del fabricare schioppi, archibusi, balotte et arme di tutte sorte in grande quantitate”.

L’epicentro industriale della Valtrompia era costituito dal territorio compreso da Inzino e Gardone fino a Valgobbia con un’appendice ad est lungo la valle di Lumezzane. L’insieme forma un grande arsenale per la produzione di armi e di ogni altra “ferrarezza” al servizio della Repubblica Veneta.

La produzione di armi (pistole, archibugi, corazze e bombarde) è concentrata in prossimità “dell’armiera Gardone” al ponte di Zanano, a Sarezzo e a Noboli, mentre in Valgobbia ed a Zanano si producono soprattutto “ferri da agricoltura” (picconi, zappe, badili, falci, forbici, incudini), gli acciarini vengono prodotti prevalentemente a Marcheno e a Lumezzane, le canne a Gardone e gli archibugi sono incassati a Sarezzo o a Brescia.

Ci sono le fucine di fuoco grosso dove il ferro “stello” o crudo (la ghisa), proveniente dal forno fusorio viene “affinato”, cioè trasformato in ferro ladino, malleabile, simile all’acciaio, in modo di poter essere agevolmente lavorato, e le fucine di fuoco piccolo, dove il ferro ladino, formato in verghe, quadri e pani, viene lavorato per ottenere ogni sorta di attrezzo, comprese le armi.

In questi antri anneriti dal fumo e dalla polvere, illuminati soltanto dal riverbero dei fuochi, risuonano i colpi assordanti del maglio che ad ogni mazzata dà forma al pezzo di ferro incandescente che l’operaio deve muovere con le grosse tenaglie con ritmo sapiente, senza perdere un colpo. Qui ragazzi ed adulti lavorano dall’alba al tramonto in silenzio, con gesti precisi, mentre i pezzi semilavorati si ammucchiano sul pavimento in terra battuta.

Artefici di questo “boom economico, ante litteram, non sono soltanto i Bailo, ma le famiglie di cittadini come gli Avogadro, i Redolfi, gli Avogadrini, gli Odolini di Zanano, e i Bombardieri - Costanzi di Noboli, ai quali si aggiungono alcuni artigiani e commercianti che con il lavoro hanno acquistato ricchezza e prestigio, quelli che oggi chiameremmo “borghesi”; sono i Danderi, i Perotti, i Paroli, tutti occupati a costruire, ampliare piccole o grandi fucine.

Agli inizi del ‘500 Giovanni Bailo, cresciuto a Ponte Zanano tra le fucine ed il forno fusorio, risulta residente a Sarezzo “in contrada della Piazza”.

È forse qui, in questo periodo, che inizia la parabola ascendente della più nota famiglia di costruttori di armi di Sarezzo. E anche la più benestante, se teniamo presente che fu questo Bailo a iniziare l’acquisto di case e terreni nell’ambito comunale.

La frenetica attività nel campo della produzione e del commercio richiama operai e artigiani da altre zone; approdano così a Sarezzo famiglie provenienti dall’alta valle o dalle valli contigue e, in qualche caso dalla Francia.

I componenti della famiglia de Borris, da Borno Valle Camonica, verso il 1500, si trasferiscono a Noboli dove acquistano fama nel campo della fabbricazione di bombarde e saranno chiamati Bombardieri.

Nel 1522 un fratello di Raffaele Bombardieri, Simone, prende in affitto metà di una fucina di Giorgio Avogadro.

Dalla Valle di Scalve, Zenino del fu Antonio del fu Bettino viene a stabilirsi a Zanano con i familiari che prenderanno il nome di Scalvi.

I Paroli, probabilmente originari dalla Valle Sabbia, vengono a Zanano per avviare un fucina di armi.

Dalla Borgogna, regione della, Francia, giungono a Noboli i Valetti che produrranno archibugi.

LA CASA DEL COMUNE

Nel ‘400, a Sarezzo, in contrada della Piazza, c’era già la casa del comune, dove si riunivano i consiglieri “per dare raggione”.

“Si trovava – ricorda Soggetti – sulla sponda sinistra del Redocla. Doveva essere ad un piano solo se, nel 1524, venne ampliata con l’aggiunta, al piano superiore, di una stanza provvista di camino e di banchi per far sedere gli uomini del consiglio.

Davanti, rivolto a sud, venne costruito un portico con due arcate e sopra un duplice balcone”.

Il 13 gennaio 1560 il consiglio comunale predispose i “capitoli per la fabrica della casa del comune in contrada la Piazza”.

Non si creda però che, anche negli anni migliori tutti gli abitanti di Sarezzo trascorressero il tempo a comperare o vendere case e terreni, che la ricchezza fosse alla portata di tutti.

Accanto alle case con portici a colonne e corte, c’erano casupole anguste e squallide; vicino ai pochi che mangiavano a sazietà ogni giorno, c’era chi pativa la fame; chi possedeva campi e boschi e chi non aveva il letto su cui dormire.

Anche il Cinquecento fu un periodo di gravi pestilenze, guerre e carestie che colpivano tutti indistintamente.

IL FORNO FUSORIO AL PONTE DI ZANANO

Il minerale estratto nelle miniere dell’alta valle veniva fuso preferibilmente nei forni di Collio, Bovegno, Pezzaze, Tavernole, Brozzo.

Ma abbiamo notizia anche di due forni situati nel territorio di Sarezzo, che pure essendo lontani dalle miniere, presentavano il vantaggio di essere vicini a numerose fucine dove il ferro veniva lavorato.

Nella prima metà del ‘500 un forno fusorio venne costruito in Valgobbia. “I pochissimi riferimenti incontrati lasciano supporre che fosse nel luogo dove sorge l’unica fucina rimasta nella contrada. Di questo forno esiste l’atto rogato in data 8 luglio 1520 col quale veniva costituita la società per la costruzione del nuovo forno. Questo, però, avrà vita breve perché un documento del 1581 lo dà già come distrutto”.

Il forno fusorio meglio attrezzato e più noto in Valtrompia, “forse il più antico e più importante forno della valle che penso possa vantare origini romane”, era quello che si trovava presso il ponte di Zanano, sulla riva destra del fiume, allo sbocco del canale che un tempo circondava a ovest il castello di Testaforte.

La sua importanza non dipendeva tanto dai proprietari che erano gli Avogadro, i Bailo e i Perotti, quanto dal fatto di trovarsi al centro di un territorio disseminato di fucine, a valle di numerose miniere e allo sbocco della valle di Gombio da cui provenivano quotidianamente grandi quantità di carbone di legna necessarie per la fusione.

Qui lavoravano i più esperti maestri di forno originari della Val di Scalve e della Val Brembana, in provincia di Bergamo.

Anche i forni fusori, come le seriole e le miniere, appartenevano ad un gruppo di soci o compartecipi, ognuno dei quali possedeva una parte del forno. Le spese di costruzione e funzionamento, così come gli utili, venivano ripartite fra i soci in base alla quota di possesso di ciascuno di essi.

L’amministrazione del forno era affidata al “massaro”, ma la figura più importante era il “Maestro di forno”, un vero e proprio esperto dell’arte fusoria che aveva il compito di sovraintendere a tutto il processo di fusione, che poteva ripetersi ininterrottamente per alcuni mesi.

Alle dipendenze del maestro c’erano i “feratieri”, una squadra di operai e garzoni addetti alle varie fasi della fusione. Dalle poche notizie in nostro possesso, sappiamo che i maggiori proprietari del forno di Ponte Zanano erano alcuni cittadini di Zanano e possidenti di Sarezzo, i soli in grado di sostenere le notevoli spese che il forno richiedeva.

Siamo invece certi della sua localizzazione. Si trovava a pochi passi della casa con portico e corte, a sud del vecchio ponte, stretto fra due stradine: una in basso (attuale vicolo Mella) e una rilevata (attuale via Testaforte). Tale collocazione del forno consentiva di versare dall’alto, a strati alterni, il carbone di legna e il minerale attraverso l’imboccatura del forno stesso. Accanto al forno c’erano i depositi per la vena cavata dalle miniere (medale) e per il carbone (carbonili).

Nel vicolo in basso scorreva un canale d’acqua utilizzato per azionare i mantici del forno.

LA FINE DEL “FAMOSO EDIFICIO COLATOR DEL FERRO”

Giovanni da Lezze, podestà veneto a Brescia nell’anno 1609, scrive: “Sarezzo commune con Zenano et Nobele.

Ha un forno di ferro al ponte di Zenano, nel quale luoco, per essere passo, anticamente vi era una Rocca ove la Valle manteneva un presidio contro lì Gebellini”.

Luigi Baitelli, consultore di Stato della Repubblica Veneta, conferma che nel 1643, a Sarezzo, cioè al ponte di Zanano, c’è ancora il forno fusorio. Ma nel 1694 , tra i forni attivi in Valle Trompia non è più menzionato quello di Ponte Zanano. In una relazione economica del Comune di Sarezzo del 3 dicembre 1793, è scritto che “nella contrada di Zanano più non esiste il famoso edificio colator del ferro, altro non vi scorgendo che un ammasso di muri tendente all’ultimo crollo”.

Nel 1850, quando l’acqua del Mella uscita dall’alveo si precipitò lungo l’attuale Vicolo Mella corrodendo ed asportando il terreno, “discoverse la base di un forno fusorio dismesso più di dugento anni addietro”.

Tra le cause della cessata attività del forno possiamo ricordare:

le frequenti sciagure (carestie, pestilenze, alluvioni) che nel Seicento colpirono duramente la nostra valle,

la crescente difficoltà nell’approvvigionamento del carbone causata dal secolare sfruttamento dei boschi divenuti ormai spogli di legna,

la pressione fiscale del governo veneto che aveva causato un lento ma costante declino della produzione mineraria ed una grave crisi del mercato delle ferrarezze.

La valle si avviò così verso una crisi inarrestabile che vedrà la chiusura di numerose miniere e l’inattività dei forni e delle fucine.

 

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