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  STORIA 50

LA FUCINA SANZOGNI

La storia della fucina Sanzogni non è diversa rispetto alle molte altre fucine che furono attive in Valtrompia, in particolare dal XV-XVI secolo al XX secolo.

La sua particolarità sta nel fatto che, più di altre, ha resistito all’avvento della modernità. E questo fatto l’ha salvata dal degrado completo. Ha rischiato di scomparire come altre vestigia del nostro passato.

Ma l’acquisto dell’immobile da parte del comune di Sarezzo, il suo successivo restauro (con notevole investimento per l’amministrazione comunale) e ora l’utilizzo come museo consentono di restituirlo ai cittadini che così hanno modo di conoscere un tassello importante della loro storia, quello relativo alla lavorazione del ferro. Grazie al restauro conservativo curato dai tecnici Brunella Guizzi e Alberto Platto, nella fucina Sanzogni è possibile immaginare come si lavorava il ferro prima della scomparsa dei lavori artigianali, cancellati dall’industrializzazione.

Ecco alcune briciole di storia della fucina Sanzogni.

Come i visitatori potranno rendersi conto (già da domenica 25 novembre con l’apertura pubblica del museo), i macchinari della fucina erano attivati dalle tre grandi ruote di legno, mosse a loro volta dall’energia dell’acqua.

L’utilizzo dell’energia idraulica, almeno nel mondo occidentale, è più recente di quanto si possa immaginare.

Divenne fondamentale quando, a cavallo tra alto e basso medioevo, venne meno la disponibilità di manodopera servile. Per muovere le macine dei mulini, non era più conveniente usare forza umana o animale. Alcuni secoli furono poi necessari per applicare la stessa energia alle gualchiere (per la produzione di tessuti) e ai magli (per la lavorazione del ferro). Gli atti dei notai della Valgobbia evidenziano che ruote per la lavorazione di metalli erano in funzione a cavallo tra XV e XVI secolo. Ma si trattava di attività in pieno sviluppo e quindi sicuramente apparse in precedenza.

La condizione fondamentale era ovviamente la disponibilità di acqua. Nel comune di Sarezzo, nel corso dei secoli, vennero create derivazioni dal fiume Mella e dai torrenti Redocla e Gobbia per muovere le ruote di mulini e magli. Furono realizzate seriole (le cui tracce sono rimaste fino ai nostri giorni e anzi ancora oggi sono utilizzate per la produzione di energia elettrica) che fornivano forza motrice fondamentale per le attività produttive.

Le fucine erano numerose.

Sono da segnalare in particolare quelle di Ponte Zanano (nei pressi del forno fusorio e in località Coduri), di Zanano (nei pressi della condotta forzata dell’ex centrale TLM e dove ancora si può vedere l’ex centrale Enel), di Noboli (verso il Gilé, in località Fucine) e di Sarezzo (Castelbruciato, Valgobbia, S. Giuseppe, Casse e Brede, queste ultime tutte sul corso del Gobbia, verso Lumezzane). Proprio la fucina della Valgobbia è quella che ora suscita il nostro interesse. La Valgobbia (Vergobia) è una delle località del territorio di Sarezzo con vocazione produttiva. Posta sulla strada che saliva in Valtrompia sulla sponda sinistra del Mella (la strada della Pendezza), era bagnata dal torrente Gobbia. Era inoltre attraversata dall’acquedotto romano che scendeva da Lumezzane. Queste premesse rendevano la Valgobbia un luogo ideale per la lavorazione del ferro. Per esempio nel 1505 era attiva la fucina dei Perotti, a cui si riferisce l’inventario pubblicato in appendice. Non a caso l’8 luglio del 1520 (come si legge in un documento studiato da Alfredo Soggetti) venne costituita una società per la costruzione di un nuovo forno fusorio. Nel territorio di Sarezzo ne era attivo già uno, a Ponte Zanano, realizzato sulle rovine dell’antico castello di Testaforte. Probabilmente la richiesta di ferro stello (ghisa) da trasformare in ferro ladino (acciaio) e poi in utensili era tale da consigliare l’attivazione di un’altra unità produttiva.

Il nuovo forno fusorio della Valgobbia (molto probabilmente localizzato dove ora si trova la fucina Sanzogni) fu mantenuto in funzione solamente per pochi decenni. In un documento del 1581 risultava già distrutto. La memoria del forno non venne cancellata in tempi brevi. Come si legge nel libro dedicato agli antichi Statuti del comune di Sarezzo (opera di Alfredo e Stefano Soggetti), quando nella seconda metà del secolo XVIII Antonio Guizzi di Chiari, ma abitante a Sarezzo, acquistò “una pezza di terra prativa e adaquativa” la contrada era chiamata del “Forno della Vergobbia”.

Lo stesso Antonio Guizzi era proprietario della “focina”, la cui seriola confinava con il terreno appena acquistato.

La fucina “con due foghi”, alle fine del secolo risulta di proprietà di Comino Bailo, della nota famiglia, con notevoli interessi nelle attività di lavorazione del ferro. In Valgobbia la disponibilità di acqua fu utilizzata anche per altre attività. Sempre Alfredo e Stefano Soggetti, nel loro libro dedicato agli statuti, evidenziano che tra XVII e XVIII secolo fu attiva una tintoria.

Infatti nel 1709 Decio Gallizioli, “Tintore della Vergobia” chiese ai “Sindici” e al “General Consiglio di Sarezzo” di poter utilizzare l’acqua della “canaletta” che passava “nel Cortivo nella Casa della Vergobia della spett.le Comunità”. Il tintore intendeva “impire le Caldare” necessarie per la sua attività. Il documento conferma che in Valgobbia il comune possedeva degli edifici. Li aveva acquistati nel 1522 dai Perotti. In una di queste case si trovavano l’osteria, il porcile, il pollaio e il forno del pane. In Valgobbia furono proprietari di case, oltre ai Perotti, ai Guizzi, ai Bailo (tutti già citati) anche gli Scalvi. Il cognome ricorda l’origine (la val di Scalve), luogo di provenienza di molti artefici della lavorazione del ferro. Come detto, la lavorazione del ferro è continuata quasi ininterrottamente fino ai primi anni ’80 del XX secolo. Nella fucina della Valgobbia sono stati prodotti per secoli soprattutto attrezzi agricoli. Le grandi dimensioni dei magli (fino quasi alla fine dell’attività erano in funzione tre grandi martelli) hanno consentito di realizzare aratri, vomeri, versoi, tutta la gamma degli strumenti necessari per praticare l’attività agricola, secondo i ritmi e le tecniche tramandati per secoli e trasformati solo negli ultimi decenni.

Ecco un inventario di utensili usati nella fucina dei Perotti in Valgobbia.

Il documento è del 1505 ed è stato riproposto da Alfredo Soggetti sulle pagine del bollettino parrocchiale di Sarezzo.

E’ un esempio significativo degli strumenti necessari per lavorare il ferro, tra l’altro quasi sempre realizzati nella fucina stessa.

“Tanaye over fornesi de più sorte per n. 6

Una verzella da mestedar el fogo dela ditta fusina

Martelli 3 de più sorte

Una stadera grossa da pesar ferro cum la sua chaza

Una chaza de ferro da butar laqua sul fogo

Uno lusel de ramo che pesa libre 20 circa

Una calastra del dito lusello la quale è di ferro

Uno bernasol de ferro da mestadar in tel fogo

Uno May grosso da bater el ferro chi pesa pes dese vel circa

Una Incuzenina chi sta sotto al ditto May che pesa pes quattro vel circa La massa dove sta dentro la ditta Incuzinina che pesa pes cinquanta vel circa

Una cornayola chi pesa pes sette vel circa

Uno per de mantesi”

Ernesto Pintossi


La fucina Sanzogni, che verrà inaugurata in questi giorni, dopo i pregevoli lavori di restauro diretti dai tecnici Brunella Guizzi e Alberto Platto, è uno dei monumenti di archeologia industriale della nostra Valtrompia.

E’ collocata in località Valgobbia, uno dei poli produttivi (almeno nel passato) del territorio di Sarezzo. E’ stata attiva per molti secoli, fino quasi alle soglie del terzo millennio.

Dopo la chiusura nei primi anni ’80, il colpo di grazia all’edificio è stato dato dalla nevicata eccezionale del gennaio del 1985. Ora ritorna a nuova vita come museo della storia della lavorazione del ferro.

E’ una delle principali “stazioni” di un itinerario che comprende anche le miniere dell’alta Valtrompia, il forno fusorio di Tavernole, il Maglio Averoldi di Ome.

E’ già oggetto di ricerca storica, ma fino ad un paio di decenni fa è rimasta attiva, come testimoniano alcuni passi di questa intervista rilasciata da Andrea Mandora (ultimo capomastro) e da Gianni Mondini a quattro studentesse dell’ITC di Sarezzo (corso B dei periti aziendali): Federica Belleri, Daniela Bettinsoli, Norma Ghidini e Ilaria Simonelli nel dicembre del 1995.

DOV'E' SITUATA LA FUCINA?

L'officina si trova in un punto molto basso di via Valgobbia, per la presenza in quella zona di una derivazione dell'acquedotto romano che scendeva da Gazzolo.

DA QUANTO TEMPO LA FUCINA NON E' PIU' IN FUNZIONE?

 

Sono ventidue anni che non va più, è stata chiusa nel 1984.

SIGNOR MANDORA, PER QUANTI ANNI HA LAVORATO COME CAPOMASTRO A SAREZZO?

Ho lavorato nella fucina dal 1950 al 1984, sono stato l'ultimo capomastro!

E LEI SIGNOR MONDINI?

Io sono stato capomastro dal 1945 al 1978, cioè per trentatrè anni.

QUANDO VOI LAVORAVATE IN QUESTA FUCINA, NE FUNZIONAVANO ALTRE A SAREZZO?

Sì, c'erano quella dei Saleri, quella a San Giuseppe e quella del "Manaì".

ERA IMPORTANTE L'ACQUA PER IL VOSTRO LAVORO?

Importantissima, la forza dell'acqua dava lavoro e produzione a tutte le fucine.

Serviva per azionare le pale dei mulini e delle officine che erano sparse in tutta la Valtrompia. L'acqua muoveva la ruota idraulica che, a sua volta, azionava i magli permettendo a noi lavoratori di forgiare il ferro e tornava poi, attraverso un canale di scolo, nel torrente Gobbia.

COME VENIVA SCALDATO IL FERRO?

Il ferro veniva scaldato tramite forni che funzionavano a carbone, legna, nafta, metano.

Questi sono stati i passaggi dell'alimentazione dei forni nell'arco di cinquant'anni: un passaggio precedente a questi è riscontrabile nell'utilizzo dell'acqua per formare l'aria.

L'acqua giungeva in una grande vasca, trascinando con sé una notevole quantità d'aria che, arrivando in un grande contenitore posto alla base delle tubature, veniva poi diretto verso i forni: funzionava come un soffietto del fuoco.

COME ERA ARTICOLATA L'OFFICINA DELLA VALGOBBIA?

Era composta da tre magli: due di lavorazione e uno di stampaggio, poi c'erano tre forni che surriscaldavano i vari prodotti, due o tre incudini, due trance, tre mole e due bilanceri a mano. A fianco dell'officina c'era una stanza per la manutenzione degli stampi.

POTREBBE SPIEGARCI LA STRUTTURA DEL MAGLIO?

Il maglio era composto da una ruota azionata dalla caduta dell'acqua, un albero, cioè un perno di cento quintali che poggiava su un tornio, ed era rinforzato da anelli ogni quattro dita. Il maglio batteva su un basamento di ferro di cinquanta quintali incastrato su una grossa pietra di cento o duecento quintali. Al fianco del maglio c'era un ragazzo che muoveva la stanga: una lunga asta di ferro che permetteva, grazie a ordini impartiti dai capi mediante movimenti della testa, di regolare l'afflusso di acqua, perché il ferro aveva bisogno di diverse velocità durante la lavorazione. Per tenere fermo il maglio si costruivano dei cunei all'interno dell'officina. Il peso totale del maglio era circa 2.30-2.40 quintali, ma prendeva una forza di 11 tonnellate a colpo. Se si rompeva il manico occorrevano 10-12 ore per risistemarlo. Il maglio arrivava a circa 220 colpi al minuto.

QUALI PIANTE ERANO UTILIZZATE PER LA COSTRUZIONE DEL MAGLIO?

Le piante utilizzate erano la robinia e l'olmo. In passato la robinia veniva messa sott'acqua per la stagionatura. Successivamente questo metodo venne abbandonato. Per l'approvvigionamento di queste piante, i capimastri andavano direttamente nelle zone dei legnami. Le piante arrivavano intere e venivano poi lavorate internamente nelle fucine.

DOVE TROVAVATE LE ATTREZZATURE?

Le attrezzature utilizzate per lavorare il ferro erano costruite all'interno dell'officina a seconda delle necessità. Si creavano con il maglio e successivamente venivano perfezionate con l'incudine: occorreva molta fantasia e non solo, per lavorare con un maglio erano necessari abilità, forza, intelligenza, vista e udito.

Oltre a costruire le attrezzature per la lavorazione interna, i lavoranti, fra un'infornata e l'altra, creavano piccoli oggetti per i conoscenti.

COSA PRODUCEVATE?

All'interno della fucina si producevano tutti i tipi di vomeri che avevano un peso da 1,5 a 25 chilogrammi. Oltre ai vomeri si producevano coltri, versoi, colmatori, "saparine" e "moderne": in generale attrezzi agricoli per l'aratura dei terreni. Il ferro lavorato coi magli acquisiva resistenza e nervatura e si consumava molto meno. Il peso era fondamentale per rispettare le misure finali degli oggetti. Il taglio avveniva a mano, tranne negli ultimi dieci anni in cui si usava il gas. .

Dopo aver fatto i vomeri con il maglio, si aspettava il giorno seguente per portarli alla stampatura, poi venivano bucati per poter essere montati sugli aratri ed infine venivano affilati

COME ERANO LE CONDIZIONI DI LAVORO NELLA FUCINA?

Il lavoro era molto duro. Negli anni dal 1945 al 1965 la produzione aumentò notevolmente fino ad arrivare a nove quintali: tre per ogni turno di lavoro. I turni erano tre: dalle 6 alle 14, dalle 14 alle 22, dalle 22 alle 6.

IN QUANTI LAVORAVATE IN FUCINA?

Gli operai della fucina di Valgobbia erano 32 e si alternavano alle squadre. Negli anni '60 gli operai diminuirono notevolmente perché si spostarono verso nuovi settori. Nonostante ciò, la produzione rimase attiva. Sul finire degli anni '80, si chiuse un maglio, con relativa perdita di produzione e posti di lavoro anche perché, a cavallo degli anni '70-'80, i ragazzi preferivano lavorare in fabbriche come la Lucchini, la Beretta ecc.

DOVE VENIVANO SMERCIATI GLI ATTREZZI AGRICOLI CHE PRODUCEVATE?

I prodotti venivano destinati a tutta Italia, ma il grosso della produzione andava in provincia di Modena, Reggio Emilia, in Veneto, in Toscana e in generale in tutte le aziende di attrezzi agricoli. Queste aziende avevano ciascuna un brevetto di vomero diverso e i lavoranti dovevano attenersi alle particolarità di ognuno. Verso la fine della loro attività, le fucine lavoravano in modo particolare per creare i vomeri speciali delle risaie. Le attrezzature nell'arco degli anni non sono variate perché era impossibile sostituirle. Oggetti simili a quelli costruiti dalle fucine sono oggi fatti dalle industrie, ma questi strumenti hanno una durata inferiore del 50%.

 

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