STORIA 48
I "DI BREHM" SULL'ADAMELLO
E' un fatto forse non a tutti noto che i primi italiani ad ascendere la vetta dell'Adamello furono i di Brehm, famiglia di origine austriaca trasferitasi a Sarezzo verso la metà dell'Ottocento.L'ufficiale dell'esercito austroungarico Rodolfo di Brehm aveva infatti sposato, nel 1851, l'erede dei beni della famiglia Bailo, Rosa Ballerini (vedova Barboglio) e si era trasferito nel nostro paese, nel palazzo di via Nord.
I di Brehm portarono a Sarezzo una ventata di cultura absburgica, con la loro passione per la musica, la pittura, le arti in genere e le scienze, oltre che, evidentemente, per l'alpinismo.
Degno rappresentante di questa cultura fu uno dei figli di Rodolfo, Lodovico, che coltivò appunto l'amore per la pittura, per la musica e per gli studi scientifici, dimostrando una precoce vocazione in tal senso.
Purtroppo morì troppo giovane, a diciassette anni, e non ebbe modo di sviluppare le doti che dimostrava di possedere.
Fu proprio lui, Lodovico, a scrivere nel 1871, a soli tredici anni, il resoconto della scalata dell'Adamello, compiuta insieme al padre e al fratello Rodolfo (di 16 anni), accompagnati nell'impresa da altri amici di famiglia (il tenente Nessi, il nipote di questi, Ambrosoli ed il maestro Pastori).
Prima di loro avevano raggiunto la vetta dell'Adamello l'austriaco Payer (nel 1864), una comitiva di inglesi (l'anno successivo) e un gruppo di svizzeri, nel 1869.
Dunque il giovanissimo Lodovico stese il diario di viaggio (arricchendolo anche di alcuni disegni) del quale riportiamo qui solo alcuni stralci significativi.
La spedizione parte da Sarezzo alle 6 pomeridiane del 22 agosto del 1871 e raggiunge Cedegolo, dopo esser passata per Iseo, Lovere e Breno.
Qui la comitiva alloggia all'osteria del Caval bianco, dove recluta una guida esperta, Andrea Boldini detto Vedovo, di Saviore, cacciatore di camosci.
E' proprio quest'ultimo però il primo a tentare di dissuaderli dall'impresa, inutilmente comunque, visto che nessuno aveva intenzione di desistere.
E' interessante rilevare a questo punto quello che scrive poi il giovane Lodovico, e cioè che vere guide non ci sono; anzi il nome di Adamello era a tutti sconosciuto, eccetto al Boldini, che lo chiamava Adameno.
Ricordiamo anche che proprio in quella zona si trovava il confine con il Tirolo, e cioè con l'impero austroungarico, non essendo il Trentino ancora annesso all'Italia.
Alle 3 e mezza del mattino successivo tutti erano pronti a partire verso la meta, forniti di un bariletto di 30 litri di vino; un otre (detto in dialetto baghet) oltre ad altro vino, rhum, farina, pane, riso, alcuni polli, del vitello arrosto, lardo, salame (detto in dialetto Bondiola), sale, estratto di carne e due libre di cioccolato.
Avevano poi 6 paia di ferri per i piedi, e due grandi coperte. Il tutto era stato caricato su di un mulo.
Le guide (o per meglio dire portatori, specifica Lodovico) portavano invece una scure, un mantello, le coperte e le borse con la biancheria.
Alle 6.10 annota Lodovico di Brehm si partì da Cedegolo e si arrivò a Fresine, piccolo e miserabile villaggio, dove si trova una fucina del sig. Gitti.
Poi il loro percorso si snoda, attraverso Ponte, lungo la val Salarno, fino al lago di Massisio (Macesso).
Bisogna a questo punto rilevare l'attenzione con cui il giovane di Brehm annota le caratteristiche non solo paesaggistiche, ma anche geologiche e botaniche di quanto viene man mano scoprendo.
Dopo circa un'ora giungono alla Baita di Salarno, ultima della valle.
Lodovico scrive che "selvaggio assai è questo luogo" e ancora che abitavano la capanna un bel giovanotto, possessore d'alcune vacche, e due sudici ragazzi, i quali però si fecero vedere solo a sera.
Alloggiarono quindi in questa baita, in condizioni certo non ottime (ognun vede che non c'era molto da stare allegri in quel tugurio), dormirono dopo essersi rifocillati e alla mattina, passato il violento acquazzone della notte, ripresero il cammino, sotto il sole che indorava coi suoi raggi le cime circostanti.
Passarono lungo il ghiacciaio e si inerpicarono poi sulle mulinas, che sono ammassi di innumerevoli macigni e sassi posti l'uno sull'altro in equilibrio, un passaggio che Lodovico giudica assai pericoloso.
Poi, dopo due ore di una sì faticosa strada si pervenne alla prima neve, dove, in mezzo a questa si ergeva in forma d'un pasticcio un piccolo ghiacciaio chiamato Mandola. Attraversato questo, camminando tra arditissime e brulle muraglie, erti scoscendimenti di macigni e di neve, giunsero ad un punto critico, dove la guida Boldini volle fermarsi, sconsigliando loro ancora una volta di proseguire l'impresa. Ma l'orgoglio austroungarico dei di Brehm non volle cedere e la guida fu abbandonata nella sua ostinazione.
Proseguendo dunque per la propria strada la comitiva giunge al Campo di neve (Pian di neve) a proposito del quale Lodovico di Brehm scrive che indescrivibile è il senso che si provò alla vista di quel vastissimo Campo di neve (bisogna pensare che quei posti erano praticamente inesplorati a quel tempo e per la prima volta si saliva all'Adamello per quella via).
A questo punto Lodovico, il padre Rodolfo e due guide, decidono di fermarsi e salire il monte Salarno, mentre gli altri avrebbero proseguito il cammino verso la cima dell'Adamello.
Ora l'attenzione di Lodovico, dopo che ebbe ammirato il paesaggio al di sotto di lui, si punta sugli altri componenti della comitiva, quelli che attraverso la neve che arriva fino alle ginocchia e alle cosce, si dirigono verso la vetta dell'Adamello.
L'impresa a questo punto non è facile. Si devono scavalcare crepacci, bisogna evitare le insidie del ghiaccio e ad un certo momento gli alpinisti furono costretti a scavare, proprio nel ghiaccio, con la scure ed i bastoni, più di 135 gradini, come specifica il giovane cronista, per proseguire poi fino alla vetta dell'Adamello, raggiunta alle 12 e 40. Solo allora, scrive Lodovico, un prolungato grido di evviva ci avvertì del loro arrivo, e ben tosto l'aria arrecò loro la nostra risposta.
Poi, dopo essersi ristorati colla neve, col rhum e col vino, quelli che erano giunti alla vetta ridiscesero la china dell'Adamello e il fratello di Lodovico, Rodolfo, rischiò perfino di precipitare nell'abisso occidentale del monte.
Compiuta dunque la missione, il gruppo si appresta a tornare a valle, mentre ciascuno sentiva come un bruciore agli occhi e sulla faccia che provocò un tale gonfiore che, scrive il giovane, nessuno di noi era più riconoscibile.
Dalla Baita Salarno, dove si riposarono, si diressero quindi verso Pieve di Buono.
Nel miserabile villaggio di Valsaviore [...] si trovò una meschina osteria, d'una sola stanza e d'una cucina, posseduta da una donna e da una sua figlia, ambedue piene di buona volontà, ma affatto prive di mezzi. Lodovico non manca di annotare che un ciabattino, fatto venire da Fresine, rattoppò intanto le nostre scarpe bucate.
Il viaggio di ritorno prosegue poi lungo la Valle d'Arno (e i viveri cominciano a scarseggiare), fino al confine tra Lombardia e Tirolo, al lago di Campo, alla valle di Fumo, e alle 16 il gruppo è a Boazze, stabilimento dei signori Glisenti. Qui bevono l'ultimo bicchiere di vino. Attraverso Daone alle 8 e 40 giungono a Pieve di Buono, dove consumano la cena nella "desiata osteria. Alle 9 del mattino successivo (27 agosto) il gruppo lascia Pieve di Buono in due piccole carrozze, discendendo per la bella Valle di Giudicarie, fino al Ponte Caffaro, che è il confine. Ad Anfo, Lodovico ed il padre salgono ancora in carrozza, mentre gli altri proseguono a piedi, fino a Casto. Da qui, attraverso la Valle Sabbia e poi per Lodrino, Brozzo e Gardone, a piedi, tutti giungono a Zanano, alle 10 e 45. Si fermano nell'osteria del posto, dove per disgrazia l'oste era già a letto, e anche dopo di averlo fatto alzare, annota con rammarico Lodovico, non si trovò a stento che un po' di pane, di formaggio e di vino.
Poi, atteso che si placasse un temporale violento, tutti ripresero la strada verso Sarezzo, dove esausti, nel palazzo di via Nord, trovarono il conforto di un meritato sonno.
Stefano Soggetti
Elaborazione grafica Sergio Piccini Radio Rete 5 - Portale Valtrompianet