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  STORIA 46

DA ZANANO E DA NOBOLI NELL’ARMATA CHE COMBATTE’ A LEPANTO

Forse c’erano anche alcuni nostri concittadini sulle navi che hanno combattuto a Lepanto in una delle più memorabili battaglie. Quello del 7 ottobre 1571 è uno degli eventi bellici che hanno segnato un’epoca, come (per rimanere in tema di scontri tra cristiani e musulmani) la battaglia di Poitiers vinta da Carlo Martello nel 732 e la liberazione di Vienna dall’assedio turco (grazie all’intervento dell’esercito guidato dal re di Polonia Jan Sobiesky) nel 1683.

Ma ritorniamo alla battaglia di Lepanto e alla partecipazione dei bresciani.

C’erano sicuramente nell’armata radunata per la guerra di Cipro e poi utilizzata per lo scontro avvenuto presso le isole Curzolari (meglio nota come battaglia di Lepanto). Ecco l’antefatto, così come è stato ricostruito da Carlo Pasero nel suo libro “La partecipazione bresciana alla guerra di Cipro e alla battaglia di Lepanto (1570-1573)”.

Nel marzo del 1570, avendo avuto notizia che la flotta turca si dirigeva verso Cipro, Venezia decise di rompere gli indugi e di dichiarare lo stato di guerra. Tra le iniziative è da segnalare “l’invocazione” della Serenissima alle città della terraferma per avere “aiuto, denaro, uomini”. Brescia rispose con l’offerta di un corpo di fanteria, 1.000 uomini equipaggiati di tutto punto. Inoltre dalle valli bresciane (in particolare dalla Valtrompia) vennero ferro e armi. Secondo Pasero, a Gardone si fabbricavano ogni giorno 300 archibugi. Il 30 marzo venne scelto il comandante dei 1.000 soldati bresciani: il nobile Giancarlo Ducco. Il giorno successivo furono scelti i capitani: Camillo Brunelli, Ortensio Palazzi, Ludovico Ugoni e Mario Provaglio. Non tutti i 1.000 soldati erano bresciani, ma lo erano sicuramente i capi. Tra i soldati c’erano anche valtrumplini e, in particolare, alcuni provenienti dal nostro comune. Ecco i nomi: il numero 57 (sotto la guida di Mario Provaglio) era “Antonio di Trotti da Noboli de Valtrompia”. Era figlio di Battista Trotti, aveva corporatura normale e occhi di colore non definito

Da Zanano veniva invece il numero 89, “Bertholino di Donisi”, figlio di Ghibe, piccolo di statura e dai capelli biondi. Anche lui militava sotto la guida di Mario Provaglio.

Dello “strenuo” di Ludovico Ugoni, insieme ad altri valtrumplini, tra i quali “Strozzo di Bineri [Belleri] da Polaveno” facevano parte il numero 905 “Simon di Avogadri da Zanano”, figlio di Francesco, piccolo di statura e dalla barba bianca o più probabilmente brizzolata, e il numero 921 “Zoan [Giovanni] di Chinay de Zanano”, figlio di Gervaso, di corporatura normale, dalla barba bianca e con lentiggini sulla fronte. Antonio Trotti è compreso tra i “cassi”, cioè quelli ritenuti inidonei per motivi che non si conoscono. Quindi non partecipò alla spedizione che si manifestò ben presto molto complessa e soprattutto alquanto ardua. I 1.000 soldati (e con loro i 200 messi a disposizione dai Porcellaga), ancora disarmati, furono riuniti l’8 aprile. Il 26 aprile il reggimento si avviò verso Venezia (via Verona, dove era previsto l’imbarco sui burchielli). Il 3 maggio i bresciani sfilarono in piazza S. Marco. Nei giorni successivi l’imbarco e la partenza, ma non con direzione Cipro minacciata dai turchi, l’armata, in attesa anche della flotta spagnola, sostò prima a Zara e a Corfù. Mentre la sorte di Cipro era praticamente segnata (il 15 agosto cadde Nicosia e tutte le forze turche furono rivolte contro l’ultimo baluardo, Famagosta) la flotta veneziana indugiava in Adriatico.

Finalmente, dopo aver subito gli effetti delle malattie, si diresse verso Candia, ma la situazione non cambiò: la pestilenza mieteva continue vittime tra i soldati scontenti per il ritardo nel pagamento del soldo.

Il 31 agosto giunse nell’isola greca la flotta ispano-pontificia.

Solo il 18 settembre però le vele furono dirette verso Cipro, ma solamente per scoprire che Nicosia era già caduta in mano ai turchi. Così le navi fecero nuovamente rotta verso Candia.

La spedizione militare si concluse dunque con un grave insuccesso e, nonostante non ci fossero stati combattimenti (se si esclude il tentativo rientrato di conquistare il castello di Margaritino), con gravi perdite. Dei 1.000 bresciani, 550 morirono di malattia, 150 ripresero la via di Brescia, ma solo un centinaio di loro arrivarono alla meta. Circa 300 rimasero a Candia, in attesa di nuovi sviluppi, che furono poi quelli della battaglia di Lepanto. Le navi su cui erano imbarcati si diressero a Messina e si unirono alla flotta che il 7 ottobre del 1571 si scontrò con quella turca a Lepanto. Non siamo a conoscenza dei nomi di chi sopravvisse. Furono decimate anche le schiere provenienti dalla riviera di Salò e quelle allestite dai fratelli Porcellaga. Il costo umano e quello finanziario furono elevatissimi: per la città di Brescia e per il contado la spesa fu di circa 20.000 ducati. Mentre le flotte cristiane indugiavano, nei primi giorni di agosto del 1571 cadde anche Famagosta. La perdita di Cipro sollecitò alla guerra anche coloro che, a Venezia, propendevano per la pace e per le trattative. A Brescia fu richiesto un nuovo sforzo, rappresentato da 338 “galeotti”, uomini di remo retribuiti, scelti per sorteggio nelle liste in cui erano iscritti gli uomini tra i 25 e i 40 anni. Questi uomini furono imbarcati su due galee al cui comando furono posti Giovanni Antonio Cavalli e Orazio Fisogni, nobili bresciani. La grande flotta della Sacra Lega, riunitasi nel porto di Messina, partì il 16 settembre. Tre settimane dopo risalì da Cefalonia fino alle isole Curzolari: nel tratto di mare antistante il golfo di Lepanto si verificò lo scontro con la flotta turca, forte di 230 navi, che fu quasi completamente annientata.

Solo una trentina di navigli uscirono indenni. Delle 208 navi cristiane solo poche furono distrutte. Secondo le stime i turchi ebbero perdite (morti, feriti e prigionieri) consistenti: circa 30.000 uomini. Pesante fu il tributo di sangue pagato anche dalla lega che aveva perso numerosi uomini già prima dello scontro.

Fu un grande evento bellico, uno di quelli destinati a rimanere nell’immaginario collettivo. Il 7 ottobre divenne un giorno di festa, dedicato alla Madonna.

Ma la battaglia di Lepanto fu proprio decisiva.

Gli storici non concordano, anche se gli studiosi ritengono che raramente una battaglia è la vera causa che imprime un cambio netto di direzione. Proprio su questo tema si sta “esercitando” Franco Cardini con articoli su un quotidiano.

Certamente i turchi seppero riprendersi rapidamente.

Nel 1672 una nuova flotta era già stata ricostruita, tanto che nell’estate di quell’anno la flotta cristiana non ritenne opportuno dare battaglia, come invece aveva fatto l’anno prima.

Nel 1673 i veneziani ripresero le trattative e cedettero definitivamente Cipro (la terra dello zucchero, del sale e del cotone) ai turchi. Solo la Spagna continuava la guerra, con alla guida Don Giovanni d’Austria, figlio illegittimo di Carlo V, il condottiero vittorioso di Lepanto. Dopo la conquista di Tunisi, la Spagna, probabilmente in considerazione della diminuita importanza dello scacchiere del Mediterraneo, si impegnò soprattutto nei Paesi Bassi, dove era scoppiata una rivolta che porterà all’indipendenza del piccolo e attivo paese. Secondo Fernand Braudel, grande storico francese, nonostante queste considerazioni, la battaglia fu decisiva. Nel suo libro “Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II” scrisse che “l’incanto della potenza turca fu infranto”. Inoltre le migliaia di prigionieri divennero il nuovo “motore” delle galere, con un fabbisogno ridotto di galeotti estratti a sorte tra gli uomini validi, come era accaduto anche a Brescia prima della battaglia di Lepanto, tra l’altro con forti polemiche tra le varie corporazioni di mestiere. Inoltre si affermò nuovamente una pirateria cristiana, contrapposta a quella turca.

Nel secolo successivo, fino all’assedio di Vienna del 1683, l’offensiva turca si esercitò soprattutto via terra, ma tra i motivi è bene citare quello della ridotta importanza del Mediterraneo, dato che la maggior parte delle merci proveniva dall’Oriente attraverso l’oceano Indiano e l’oceano Atlantico, con direzione Europa settentrionale, prima verso i Paesi Bassi e poi anche verso l’Inghilterra.

Ernesto Pintossi

 

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