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  STORIA 45

IL TESTAMENTO DI GIOVANNI BAILO

Itestamenti rappresentano certamente una testimonianza importante nella ricerca storica.

Ci offrono infatti non solo un quadro, sia pure sintetico, della vita del testatore, ma spesso, a leggerli con attenzione, anche frammenti di abitudini sociali, l'idea del tipo di beni che si potevano trovare in una casa o del rapporto tra i membri della famiglia del testatore e tra quest'ultimo e i suoi conoscenti e collaboratori.

Come ha messo bene in luce la storica inglese Eileen Power se ne può perfino dedurre l'intima personalità di chi scriveva o meglio di chi dettava il testamento.

Analizziamo qui brevemente il testamento di Giovanni Bailo, capostipite della famiglia di Sarezzo, redatto il 29 luglio del 1502, più di vent'anni prima della sua morte, trovandosi evidentemente malato, per quanto ancora sano di mente. In quegli anni Giovanni Bailo abitava con i figli nella contrada della piazza, probabilmente nella casa che si trova vicino al monumento ai caduti e che, con il suo portico, si affacciava verso l'attuale via S. Faustino.

Dopo la stesura del testamento visse comunque ancora abbastanza per portare a termine molti suoi affari, acquistare fucine e tra l'altro per compilare, dopo la sanguinosa guerra contro i francesi iniziata nel 1509, una supplica di Giovanni del Bailo al Doge di Venezia nella quale chiede gli siano pagate due bollette attestanti la fornitura di "ballotte" per le artiglierie fornite in diversi momenti. La fortuna economica dei Bailo iniziava proprio in questi anni a prendere consistenza e andrà crescendo poi, con alterne fortune, fino al XIX secolo.

Vediamo l'inizio del testamento dove è espressa, come si usava, la formula di lapalissiana evidenza secondo la quale "nulla é più certo della morte, ma nulla é più incerto del momento di quella":

In nome di Cristo, Amen; Giovanni fu Bartolomeo dei Danderi di Sarezzo, ivi abitante, per grazia di Nostro Signore Gesù Cristo sano di mente, di sensi di intelletto e di loquela licet sia languente nel corpo e infermo considerando di essere vicino alla morte e che nulla è più certo della morte e più incerto dell'ora di quella volendo e desiderando [...] redigere un testamento [...] e disporre e legare i suoi beni mobili e immobili perchè nessuna lite possa nascere e risultare tra i suoi posteri su quei beni fece [...] legò istituì mandò dispose e ordinò come sotto ecc..

Ora, per prima cosa, nella stesura di un testamento, ci si raccomandava l'anima a Dio e perciò si destinava (si "legava") una parte dei propri beni alla celebrazione di messe (a volte in perpetuo e dedicate spesso ad un santo cui si era devoti), all'acquisto di candele o lampade votive e in generale si donavano soldi alla Chiesa o alle istituzioni da essa dipendenti, come le cosiddette "scuole".

In certi casi il denaro era destinato ad opere specifiche. Negli anni della peste manzoniana del 1630, per esempio, molti lasciti testamentari erano destinati all'edificazione della Chiesa parrocchiale di Sarezzo, che proprio in quegli anni si stava costruendo.

Non avveniva di rado che si lasciassero soldi anche per i poveri.

Quindi Giovanni Bailo per prima cosa raccomandò la sua anima a Dio onnipotente e alla gloriosa Maria Vergine e Madre; e ai santi del cielo, raccomandazione che gli servirà quando l'anima sua sarà separata dal corpo. Di conseguenza stabilisce che siano celebrate due messe a S. Gregorio, una all'anno, per due anni dopo la sua morte, in aiuto dell'anima sua. Poi lasciò alla chiesa dei Santi Faustino e Giovita di Sarezzo [ci si riferisce ancora alla chiesa vecchia, a fianco di via Dossena] quattro ceri del valore di venti soldi planeti [...] da accendere uno all'anno per quattro anni dopo la sua morte presso l'altare, in aiuto della sua anima. Inoltre lascia una certa quantità di olio da porre nelle lampade della chiesa per l'illuminazione del Corpo di Cristo e dei divini offici che saranno celebrati nella stessa chiesa per quattro anni dopo la sua morte e tre lire planete alla Scuola della Concezione.

Altro denaro era poi destinato ad amici, a persone vicine, a collaboratori nel campo lavorativo e infatti Giovanni Bailo lasciò a Giuseppe (Usepo) del fu Rinaldo (Reinaldo) Aforpici abitante a Noboli tre lire planete per la sua anima e amore dei, [...] a Antonio del fu Martino Aforpici abitante a Noboli quaranta soldi per la sua anima e amore dei [...] a Oberto di Maxollis (Massollis) di Noboli quaranta soldi per la sua anima e amore dei e poi a Laurenzio di Gandellino fornaio a Noboli tre lire planete. Come si vede i primi beneficiari citati sono gli "Aforpici" (o "Aforpicis") di Noboli e ciò si deve al fatto che Giovanni Bailo aveva in quella contrada una parte di fucina, acquistata proprio alla fine del '400 da Giovanni Aforpicibus di Noboli, rappresentante di una famiglia di lavoratori di "ferrarezze" provenienti dalla Valseriana

(probabilmente i capostipiti della famiglia Rampini, i Codelupi, diventati poi "Aforpici" in seguito al tipo di lavorazione da loro svolta nelle fucine, cioé la produzione di "forpices" ossia pinze o ganci, o rampini appunto).

L'elenco continua con altre persone di Sarezzo e Zanano alle quali il Bailo destinò parte del suo denaro e con una donazione al Comune.

In seguito venivano le figlie, che di solito ricevevano denaro da conservare come dote nel caso si fossero sposate, o come beni da utilizzare altrimenti se avessero preferito entrare in convento. Queste due, la famiglia e il convento, erano le sole scelte "obbligate" che si ponevano alle ragazze delle famiglie benestanti dell'epoca.

Un trattamento particolare, non é il nostro caso, era riservato invece ai figli illegittimi.

Di conseguenza Giovanni Bailo legò a Maria sua figlia legittima e carnale trecento lire planete da darle come dote al suo matrimonio per metà in denaro e per l'altra metà in beni dotali computata la dote nelle dette trecento lire.

A questo punto toccava alla consorte.

La moglie di Giovanni Bailo, Francesca Fantini di Sarezzo, era forse incinta al momento della stesura del testamento e il marito quindi volle e stabilì che nel caso che la detta donna Francesca sua moglie fosse incinta e partorisse una figlia che in quel caso detta Maria e la detta bambina abbiano e debbano avere duecento lire mentre nel caso che detta donna Francesca partorisse un maschio volle e legò che in quel caso detta Maria abbia duecento lire planete come dote al suo matrimonio. Ma nel caso che detta donna Francesca non partorisse nè un maschio nè una femmina che detta Maria sua figlia debba avere come dote al matrimonio le dette lire trecento. L'eventuale nascituro insomma avrebbe avuto una parte (1/3) del denaro destinato alla figlia Maria e altre cento lire, oltre alla sua parte di beni se fosse stato un maschio.

Nella divisione dei beni di Giovanni Bailo, fatta nel 1527 dopo la sua morte, ai figli citati nel testamento si aggiungeva l'ultimo nato, Angelo, un nome che ricorre poi nella famiglia Bailo.

Naturalmente il testatore assicurava alla moglie quanto era necessario a vivere, cioè la casa, alcuni beni e una somma di denaro, purché non si risposasse.

Non solo, probabilmente, per una questione "etica", ma perché si voleva evitare che i propri beni passassero ad un altro uomo, cioé ad un' altra famiglia.

Dunque il testatore legò volle [...] che detta donna Francesca sua moglie possa stare per tutto il tempo della sua vita nella casa dello stesso Giovanni testatore, con i suoi figli e i suoi eredi infrascritti e che essi figli ed eredi debbano ubbidire e rispettare detta donna Francesca loro madre e che detta donna Francesca debba rimanere onesta e casta senza marito nella casa dello stesso testatore con i detti suoi figli ed eredi.

Seguono ancora le raccomandazioni a favore della moglie, affinché possa proseguire la sua vita comodamente e senza problemi di sorta, sempre a patto che rimanga onesta e casta senza marito.

Il marito le lascia, perché ne goda insieme ai figli una casa ovvero una cucina murata solata e copata con solaio sopra fino al tetto posta nella terra di Sarezzo in contrada della piazza ossia del brolo con la sua parte di portico e corte davanti [...] e con venti tavole di orto e con il pergolato nel detto orto. Inoltre tenga gli utensili a lei necessari per la casa e cucina.

Oltre a questo la moglie avrà in eredità alcune pezze di terra e un "fitto livello", cioé un affitto da riscuotere periodicamente su alcuni beni immobili.

A questo punto si arriva ai figli maschi, quelli che avevano il compito di dare una discendenza alla famiglia. A loro era in genere riservato il grosso dei beni paterni, cioé, nel nostro caso, oltre al denaro, terreni, case, fucine e tutto quello che questi contenevano.

Giovanni Bailo dunque stabilì che Francesco, Bartolomeo, Gabriele e Gerolamo suoi figli legittimi e naturali e il figlio che nascerà da detta donna Francesca sua moglie come suoi eredi [...] debbano dividere in parti uguali i suoi beni mobili e immobili i diritti e le azioni presenti e future. E perché le fortune familiari non andassero disperse si raccomandava che detti suoi figli ed eredi [...] non possano alienare nè vendere alcun bene mobile e immobile dell'eredità dello stesso testatore se non tra loro fratelli e i loro eredi e che nessuno dei detti figli non possano alienare nè vendere nè impegnare alcunchè di detta eredità prima che siano trascorsi venticinque anni a partire dal giorno odierno.

Alla fine il testatore elegge come esecutori testamentari, tutori, curatori, difensori dei suoi eredi ecc. il signor Raffaele fu Luchino Bucelleni di Lumezzane cittadino della città di Brescia, [...] Francesco fu Trevisano cittadino di Brescia abitante a Zanano e Risino Marchiondi di Sarezzo.

Segue la firma del notaio e l'elenco dei testimoni.

Stefano Soggetti

 

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