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  STORIA 39

LA COOPERATIVA “CIRCOLO OPERAIO” DI SAREZZO

(2^ parte)

Negli ultimi anni del XIX secolo, con l’apertura delle succursali di Brozzo e Villa Cogozzo, con l’attivazione del mulino e del pastificio, l’attività della cooperativa raggiunse i suoi punti massimi. Come scrive Raffaella Soggetti nella sua tesi di laurea, sono molti e di grande rilievo i risultati raggiunti. Cominciamo da quelli economici: la cooperativa era ben amministrata e quindi in grado di reggere il confronto con la concorrenza. In secondo luogo, grazie alla produzione propria iniziata con mulino e pastificio e agli acquisti all’ingrosso, riusciva a mantenere i prezzi di vendita inferiori a quelli del mercato, con notevole risparmio per le famiglie dei soci. Anche se attenuato nel corso degli anni, anche a causa dell’impostazione organizzativo-economica della società, non era venuto meno l’obiettivo dell’educazione e della formazione dei soci grazie alla lettura di giornali e alla partecipazione alla gestione della società. Dai ranghi dei soci della cooperativa verranno molti degli animatori della vita sociale, politica, sindacale e amministrativa del comune. Non bisogna poi dimenticare che in tempi in cui la partecipazione alle elezioni era limitata ai più abbienti, la società cooperativa “si trovava a svolgere un’altra importante funzione, quella di consentire ai propri soci di partecipare, attraverso l’acquisizione del diritto di voto, alla vita politica del comune. Essendosi trasformata in una società contribuente, con il versamento della debita quota di dazio [godeva del diritto di voto chi versava almeno L. 20 di contributo daziario], i suoi soci divengono essi stessi contribuenti e come tali hanno diritto di votare”. Se i primi anni del XX secolo confermarono la grande espansione del quinquennio precedente, cominciò successivamente un costante calo sia del giro di affari, sia degli utili. Bastano alcuni confronti. Nel 1902 l’attivo fu di L. 166.463,17, il passivo di L. 151.058,49, con un utile di L. 15.404,68. Nel 1910 l’attivo fu di L. 132.519,85, il passivo di L. 128.824,85, con un avanzo di L. 3.695.

Furono molte le ragioni delle difficoltà della cooperativa.

La prima fu la crisi che colpì il comune di Sarezzo, testimoniata dall’incremento dell’emigrazione e dall’aumento del numero di disoccupati.

In secondo luogo crebbe la concorrenza, sia degli esercenti privati, sia di nuove cooperative.

Tra il 1905 e il 1910 furono fondati nel comune di Sarezzo altri 4 circoli cooperativi (di cui due nelle frazioni, “La fratellanza” di ispirazione socialista a Ponte Zanano, “La Famiglia” di ispirazione cattolica a Zanano, e due nel capoluogo, “Alleanza cooperativa” e “La famiglia” cattoliche).

Negli anni successivi vennero fondate altre due cooperative a Sarezzo e a Noboli.

Il fenomeno portò ad una riduzione dei soci e quindi ad una diminuzione delle vendite.

Tra i provvedimenti assunti ci fu anche la decisione di consentire gli acquisti anche ai non soci.

Cominciò così la fase della “discesa”, graduale ma inesorabile.

Nel 1906 la cooperativa fu costretta a chiudere il reparto macelleria della sede centrale. Ancora più difficile la situazione della filiale di Cogozzo: nel 1910 vennero chiusi i reparti telerie e alimentari. Rimase attiva solo la cantina, tra l’altro non più in spazi di proprietà della cooperativa (che erano stati ceduti alla ditta Mylius), ma in locali ottenuti in affitto dalla stessa azienda cotoniera. Nel 1913 la sorte della chiusura toccò anche al reparto alimentari della sede centrale. Continuavano solamente le vendite di pane e pasta prodotti nel mulino e nel pastificio della cooperativa.

Visto il calo netto del giro d’affari (le entrate superarono di poco la quota di L. 71.000), la cooperativa chiese all’amministrazione comunale una riduzione del canone daziario, rimasto invariato nel corso degli anni. Come se non bastasse, nel febbraio del 1913 si verificò anche un incendio, con danni solo parzialmente coperti dall’assicurazione.

In quegli anni stava variando anche il quadro politico: la presenza dei cattolici in campo politico e sociale diventò sempre più autonoma, meno legata a quella dei liberali.

La dimostrazione sta nella fondazione di numerosi altri circoli cooperativi di ispirazione cattolica, nella creazione di associazioni operaie, nelle stesse trasformazioni in atto nella cooperativa che abbiamo preso in considerazione.

Infatti, in particolare dopo la morte di don Gabriele Borra (1900) che molto probabilmente mantenne un ruolo di mediazione, la presenza dei cattolici divenne sempre più forte e decisiva.

Tuttavia la cooperativa, a differenza delle altre sorte nei primi anni del ‘900, continuò a confermare la sua apoliticità.

La guerra e poi il periodo postbellico crearono ulteriori problemi alla cooperativa che abbiamo preso in considerazione. In realtà le difficoltà interessarono tutte le istituzioni di questo tipo. Fino al momento dell’avvento del fascismo i problemi furono soprattutto di carattere economico-sociale. Anche (o forse soprattutto in Valtrompia dopo il ridimensionamento delle fabbriche militarizzate) nella valle del Mella il tasso di disoccupazione crebbe fino a livelli superiori a quelli del 1914. In queste condizioni, come ricorda Raffaella Soggetti, la necessità di trovare un lavoro (o di conservarlo) mise in secondo piano l’ideale cooperativo. Di fronte ai problemi del movimento cooperativo, si assisteva invece alla crescita di adesioni ai movimenti sindacali, per ovvie ragioni, maggiormente impegnati sul fronte del lavoro. Proprio per questi motivi la cooperativa Circolo Operaio di Sarezzo fu costretta nuovamente a ridimensionare i campi di attività. Nel 1921 cessarono la produzione e la vendita dei prodotti del mulino. La cooperativa si ritrovava così in condizioni simili a quelle delle origini: venne mantenuto l’esercizio di rivendita del vino e delle bevande nella sede centrale di Sarezzo.

Il giro di affari si ridusse fino alle L. 40.716,86 del 1923, una cifra da considerare alla luce della svalutazione del periodo bellico e postbellico.

Le difficoltà più gravi furono però quelle di natura politica.

Il movimento cooperativo aveva avuto una grande espansione nel periodo di governo della sinistra storica, dei liberaldemocratici.

Non a caso, per esempio, il più importante statista bresciano, Giuseppe Zanardelli, era stato nominato presidente onorario della cooperativa di Sarezzo.

Nei primi anni del ‘900 trovò notevole impulso per merito dei movimenti cattolico e socialista. Ricevette invece gravissimi colpi nel periodo fascista. Bastano ad evidenziarlo le vicende delle cooperative di Sarezzo.

Dal 1923 furono chiusi molti circoli cooperativi: “a Sarezzo il primo a subire questa sorte fu il Circolo “La Famiglia” di Sarezzo, una cooperativa cattolica di consumo di nuova formazione”.

I circoli cooperativi, per evitare questa fine, cercarono delle soluzioni. Il Circolo Operaio di Sarezzo scelse di intestare la licenza di vendita ad uno dei soci. La questura chiese però la chiusura di tutti i circoli vinicoli. Su istanza del sindaco del comune di Sarezzo (lettera del 18 marzo del 1923), fu consentita la riapertura, “con la clausola che non si ripetessero gli inconvenienti di ordine politico”. Nel marzo del 1925 fu modificato lo statuto: in caso di scioglimento, il patrimonio della cooperativa sarebbe stato affidato ad un legato a favore degli asili infantili di Sarezzo e Zanano. Pochi mesi dopo la cooperativa venne definitivamente chiusa per motivi di pubblica sicurezza. Nel secondo dopoguerra venne riattivata da molti dei soci del periodo precedente.

I meriti di questa cooperativa (e delle altre cooperative) vanno al di là dei vantaggi economici offerti ai soci e agli altri cittadini. “La partecipazione dei soci alla conduzione della cooperativa e la capacità di autodeterminazione acquisita può essere, a buona ragione, ritenuta la funzione sociale di maggior rilievo svolta dalle cooperative”. Raffaella Soggetti indica con precisione gli effetti “sociali”. Eccoli: elevazione culturale dei lavoratori, adesione più consistente ad organismi sindacali e partitici, partecipazione (anche come candidati) alle elezioni amministrative locali.

In definitiva le cooperative favorirono “la partecipazione” autonoma dei cittadini alla vita politica, economica e sociale. Non a caso il movimento cooperativo entrò in crisi nel momento in cui si affermò un regime che intendeva porre sotto controllo ogni aspetto della vita pubblica e privata.

Ernesto Pintossi

 

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