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  STORIA 37

IL FORNO FUSORIO DI PONTE ZANANO

E LEONARDO DA VINCI

(SECONDA PARTE))

ntorno al 1500, a Brescia, il Leone di S. Marco dominava dall’alto di una colonna su piazza Loggia. Ma anche in Valtrompia Venezia doveva contare sudditi devoti, poiché in ogni paese si trovava il suo emblema scolpito sulla facciata della casa del comune o su una parete della torre campanaria. Così era a Sarezzo, a Lumezzane, a Gardone, i maggiori centri che alla Dominante fornivano le armi per equipaggiare i suoi eserciti.

Il territorio compreso tra Sarezzo ed Inzino era l’epicentro “industriale” della valle.

Qui sulle rive del Mella, dei torrenti e delle “seriole” si contavano più di trenta fucine che sfornavano ogni giorno armi bianche ed armi “da fogo”: spade, alabarde, picche, corazze, archibugi, schioppi e bombarde, ma anche “ferri d’agricoltura”, come vanghe, picconi, ranze, vomeri, incudini…

Un lavoro indefesso che era la fonte di sostentamento per molte famiglie di poveri contadini e la ricchezza delle poche famiglie di notabili del posto.

Ad assicurare l’attività delle fucine c’era tutto il lavoro dei minatori dell’alta valle, dei taglialegna, dei carbonai e dei lavoranti addetti ai forni fusori. Nella prima metà del 1500 si contavano in Valtrompia, da Collio a Sarezzo, ben dieci forni per la fusione del minerale di ferro. Al centro di questo territorio-arsenale si trovava Ponte Zanano con il suo importante forno, uno dei più antichi della valle, tanto che alcuni storici ipotizzano che fosse già in attività al tempo di Roma imperiale. Nel ‘500 era sicuramente uno dei più rinomati e tecnologicamente avanzati, se non altro per il fatto che a dirigerlo c’era qui il più noto “maestro di forno” di quei tempi, quel Giovanni Ruffinoni, soprannominato Calfurnio (caldo forno), che alla grande conoscenza dell’arte fusoria univa una straordinaria cultura umanistica.

Calfurnio proveniva, come tutti i migliori maestri di forno, dalla val Brembana, in quel di Bergamo.

A lui competeva scegliere la quantità e la qualità del minerale da fondere che doveva essere “buono et laudabile”, controllare tutte le fasi della fusione ed il lavoro della squadra di “feratieri”.

Tra il ‘400 ed il ‘500 si registrano sostanziali miglioramenti tecnologici nel funzionamento dei forni. Tra queste novità, fondamentale fu la sostituzione dei mantici di cuoio con quelli in legno. I mantici di cuoio che insufflavano l’aria nel forno erano soggetti a frequenti rotture con una inevitabile interruzione del ciclo lavorativo; i mantici di legno assicurarono una maggiore continuità dell’attività produttiva. Alcuni studiosi attribuiscono l’introduzione dei mantici di legno ad un tedesco, Hans Lodsinger, che li avrebbe inventati verso il 1550. Ma è accertato che nei forni delle valli bresciane erano già utilizzati verso il 1500. E sembra che il grande Leonardo da Vinci abbia realizzato uno schizzo di mantici interamente in legno osservati durante una visita alle miniere del Bresciano nel 1494 (o 1508).

Leonardo da Vinci si è fermato al forno fusorio di Ponte Zanano?

E’ questo un piccolo-grande enigma ancora insoluto, ma l’interrogativo non è fuori luogo.

Il grande scienziato e artista venne a Brescia più di una volta e alcuni documenti portano a credere che abbia percorso la valle Trompia bramoso come era di scoprire sempre nuove applicazioni delle strutture produttive come le miniere ed i forni fusori.

Dei suoi probabili viaggi in Valtrompia, Leonardo ci ha lasciato due schizzi. Su uno è disegnato il percorso del Mella, la strada che da Brescia sale nell’alta valle fino a Bagolino ed alla Rocca d’Anfo, con l’indicazione, in miglia delle distanze fra le varie località.

Nello schizzo la strada che da Sarezzo porta a Gardone segue il tracciato della vecchia statale che passa sul ponte romano di Ponte Zanano, l’unico ponte disegnato, con accanto la parola “guado”. Da osservare che, dopo aver scritto “Sarezzo”, Leonardo non segna Zanano né Noboli, ma scrive “Ponte Zenan” segnando, fra le due località una distanza di 2 miglia.

Sul secondo disegno riguardante la nostra valle, sta scritto di mano mancina: “LA MELA FI SAREZO PONTE DE ZANA (GUADO) - DE QUA DA FIUME”.

Disegno e scritte portano a credere che Leonardo, giunto al ponte di Zanano, abbia oltrepassato il fiume (guado – de qua da fiume) per osservare le fucine ed il forno fusorio che, grazie a quel geniale di Calfurnio, poteva forse avere già i mantici completamente di legno.

In seguito, Leonardo annoterà: “A Bressa alla miniera del ferro sono mataci du pezo cioe senza corame e cquada si leva i alto l’aria entra la sua finestrella e quado se basa si fugie le cane” (A Brescia alla miniera (forno) del ferro ci sono mantici tutti d’un pezzo, cioè senza cuoio, che quando si sollevano, l’aria entra dall’apertura e quando s’abbassano l’aria esce).

Appare qui evidente il riferimento ad un forno provvisto di mantici di legno che erano già in uso nei forni della Valtrompia.

I disegni leonardeschi sono conservati nella Biblioteca Reale di Windsor.

La decadenza del secolare forno di Ponte Zanano, tanto importante per l’economia della valle intera, ha inizio nel 1600.

Le frequenti carestie e la terribile pestilenza del 1630 dimezzarono la popolazione delle nostre contrade; i lavoranti sopravvissuti provenienti da altri paesi tornarono nei luoghi d’origine e la manodopera venne a mancare.

Tuttavia Luigi Baitelli, consultore della Repubblica veneta, nel 1643, conferma che a Sarezzo Ponte Zanano c’è ancora il forno fusorio.

Il suo completo abbandono o distruzione pare sia avvenuto nel corso del ‘700, il secolo delle frequenti rovinose alluvioni che in Valle abbatterono fucine e forni, allagarono le miniere e distrussero strade e ponti.

A tutte queste cause naturali va aggiunta la insensata pressione fiscale messa in atto dalla Repubblica di Venezia, causa non ultima del costante declino della produzione mineraria e della inarrestabile crisi del mercato delle ferrarezze che si registra in quegli anni.

In una relazione sulle condizioni economiche del comune di Sarezzo del 31 dicembre 1793, troviamo scritto che “nella contrada di Zanano (cioè Ponte Zanano) più non esiste il famoso edificio colator del ferro, altro non vi scorgiendo che un ammasso di muri tendente all’ultimo imminente crollo”.

L’ultimo mesto riferimento al forno fusorio lo troviamo nelle “memorie” di Angelo Mazzoldi, sull’alluvione del 1850: il Mella, uscito dall’alveo a nord della contrada, formò un secondo fiume le cui acque “corrodendo ed asportando il terreno discoversero la base di un forno fusorio dimesso più di dugento anni addietro, lo che è prova che le cave del ferro furono un tempo molto più attive che di presente, in cui l’ultimo forno è stabilito a Tavernole”.

Roberto Simoni

 

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