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  STORIA 31

LE STAGIONI di VISALA

“Le stagioni di Visala” è il titolo del bel libro di Mauro Abati e Ameria Peli, edito dalla Grafo.

Il volume è stato presentato la scorsa settimana nella sede della Biblioteca civica di Sarezzo.

I relatori sono stati Mauro Abati (che ha parlato del controverso testamento, almeno per quanto riguarda Visala, di Ottavio Bailo) e Vincenzo Rizzinelli (che si è occupato della nobiltà e del notabilato valtrumplino nel periodo veneto).

E’ un libro molto interessante, con molte chiavi lettura, alcune delle quali coinvolgono Sarezzo e la sua gente.

Per prima cosa uno dei due personaggi (l’altro è don Isaia Mensi, soprannominato don Medàia) più importanti è Ottavio Bailo, l’ultimo esponente della più importante e facoltosa (almeno per alcuni secoli) famiglia di Sarezzo. In secondo luogo da Visala (o Vesalla come si scrive oggi, ma il toponimo utilizzato dagli autori è forse il più corretto) sono “discesi” i Guerini che hanno popolato Ponte Zanano e che costituiscono uno dei gruppi familiari più numerosi del comune di Sarezzo.

Inoltre, nelle pagine del libro si può scoprire l’epopea di una popolazione di montanari, taglialegna, uccellatori, mandriani e contadini. E’ l’epopea anche di buona parte della popolazione di Sarezzo, almeno prima dell’avvento dell’industrializzazione.

Sulla famiglia Bailo ritorneremo in seguito, su quella Guerini alcuni argomenti sono già stati affrontati.

Ora è opportuno riportare alla memoria, grazie alle pagine di Mauro Abati e Ameria Peli, come vivevano i più anziani di noi e coloro che ci hanno preceduto.

Non c’è alcuno intento di celebrare il passato, di esaltare la miseria, il rischio delle malattie infettive, la sopraffazione di chi era più ricco e più forte, ma solo il tentativo di non far dimenticare, di continuare, grazie alla conoscenza del passato, a “camminare sulle spalle di giganti”.

Ma Visala che cos’è? Dove si trova?

Visala (o Vesalla) è una borgata posta alle pendici del monte Colmetta (quello dei ripetitori delle televisioni) che fa parte del comune di Brione, ma, a differenza delle altre frazioni, è sempre stata più legata alla Valtrompia (e in particolare a Sarezzo e a Villa Carcina) che alla Franciacorta.

Nel secolo scorso contava una ottantina di abitanti, praticamente tutti Guerini.

“Oggi Visala è invece un luogo di villeggiatura, all’insegna della seconda casa più o meno abusiva.

I discendenti degli abitanti di un tempo sono tornati in questo modo, costruendo, pezzetto su pezzetto, villette nate come baracche.

L’uso del territorio è del tutto modificato, gli antichi roccoli e i frutteti sono andati pressoché perduti, i pascoli, privi di qualsiasi interesse, sono abbandonati. I sentieri hanno interrotto il loro girovagare. Il palazzo Bailo, per quanto ancora abitato, è in gran parte diroccato. Ciò nonostante Visala trattiene un suo fascino dovuto al fatto di essere un solare terrazzo al centro di uno splendido orizzonte”.

E su questo “Solare terrazzo” viveva un gruppo di persone che può essere assunto a paradigma di buona parte della popolazione di Sarezzo.

In Visala si coltivavano le patate (famose quelle da semina), si raccoglieva la frutta (soprattutto le “marene”) si battevano le noci e le castagne, si allevava il bestiame, si tagliavano i boschi, si cacciava e soprattutto si praticava l’uccellagione. Niente di diverso rispetto al fondovalle, di cui Visala era una propaggine e un’estensione territoriale. Può sembrare strano, ma, ancora oggi, recandosi in Visala, percorrendo la cresta che porta alla Pernice, alla Sella dell’Oca, a Quarone e ai Camaldoli, si può partecipare ad una lezione di storia viva.

Una pagina esemplare del libro “Le stagioni di Visala”, quella dedicata all’autunno, ci illustra alcuni aspetti della vita quotidiana. E’ il racconto di una giornata di un vecchio.

“Aspetto seduto un po’ qui. E si mette su di un sasso con lo schioppo tra le gambe. Se gli altri avessero fatto buon lavoro, la lepre sarebbe passata più o meno di lì, altrimenti pazienza. E’ stanco e non ha troppo interesse oggi alla caccia. Ha la sua bella età e la caccia è ormai proprio un puntiglio di chi non si arrende. L’umidità che copre erba e foglie e piante e rocce dà tono ai colori autunnali: il rosso dei ciliegi, il giallo degli aceri, il marrone dei castagni… Il vecchio spezza tra le dita una noce appena trovata, non ancora secca, avvolta dall’involucro melmoso; a romperne il guscio trovi quel piccolo frutto di un bianco che ricorda le membra nascoste al sole…

Sulla strada del ritorno trova alcuni che vanno a sistemare i “rehér”, i mucchi di ricci e castagne che si fanno per conservarle durante l’inverno.

Prima dalle piante le hanno battute colle pertiche, poi, mentre una parte viene raccolta e portata a casa, il resto viene tenuto per qualche tempo in grandi mucchi, sotto i ricci.

Passa il maiale a mangiare le ultime castagne, ben poche, insieme a qualche ghianda e intanto si raccoglie il fogliame per farne il letto alle vacche…

Cordoni di vapore salgono lungo il pendio, come un piccolo branco… Ormai giunto a casa, nell’ultimo tratto in salita, la nebbia - o solo nuvole? - è un velo teso ogni dove.

Guardando verso la stalla, s’intravede appesa ad un albero la trama del “gabiòt”, il grande gerlo dal rado telaio col quale si porta il “patös” - il fogliame - dal bosco.

Nonostante quel che può suggerire la nebbia, l’autunno e l’inverno in montagna non sono stagioni morte. Ci sono quelli che vanno a tagliare l’ultima erba, i cercatori di funghi, i raccoglitori di castagne o “póm dür” - le mele che maturano tardi e che si conservano fino a Pasqua - quelli che vanno per fogliame e quelli che lavorano nei roccoli o che vanno in giro a caccia o che preparano gli archetti o i lacci per le cesene o le trappole per le volpi o le lepri o magari anche i lupi, quelli che lavorano alle calchere o alle rare fornaci di mattoni. E spesso cantano e si fanno dei richiami da un dosso all’altro. E’ gente che vive di cose di legno e di terra, siano uomini, donne o bambini.

L’autunno è anche la stagione dei taglialegna: i monti risuonano senza sosta dei colpi delle asce, un continuo concerto da un versante all’altro. Dal giugno precedente suo figlio aveva affittato insieme a dei cognati un “colonnello” per tagliarci la legna.

Quel fondo è piuttosto fortunato, ci si ricava carbone e legna in buona quantità.

Ci lavoreranno in parecchi tra quelli che tagliano, quelli che fanno il “poiàt” - la catasta per la combustione della legna in carbone - e quelli che portano carbone e legna al caricatore.

Solo la neve e il gelo obbligano ad una sosta i vari lavoranti e allora alcuni scendono a Sarezzo, o a Zanano, o al Ponte a darsi da fare in altri lavori utili alle necessità della stagione più calda”.

Nelle stagioni autunnali e invernali si tagliavano i boschi per la legna da ardere e per il carbone.

“Il carbone era certo di maggior valore rispetto alla legna per il superiore potere calorifico e poteva essere usato anche in forni dove non era possibile bruciare direttamente la legna.

Veniva prodotto ancora in montagna: man mano che ci si spostava a tagliare il bosco si ricavavano lungo i sentieri degli spiazzi pianeggianti - le “rài” - dove si faceva il “poiàt”, che in pratica era un forno non permanente costituito da un grande mucchio di legna in pali, ricoperto di terra per far sì che la combustione avvenisse in modo lentissimo, tale da non ridurre in cenere la legna stessa.

Si doveva prestare molta attenzione che non si creassero crepe nello strato di terra, dalle quali potesse entrare ossigeno in grado di sviluppare la fiamma viva.

Al vertice del “poiàt” veniva lasciata un’apertura, un camino che permetteva la fuoriuscita del fumo e l’ingresso dell’ossigeno pur necessario, in certa quantità, alla combustione.

La carbonizzazione di un “poiàt” richiedeva anche diversi giorni, da otto o nove fino ad una ventina, a seconda del tipo e della quantità di legna, e durante questo tempo a turno si montava di guardia per controllare che tutto procedesse per il meglio. Ma a volte, nonostante ogni attenzione, capitava che il “poiàt” si incendiasse e allora tutto il lavoro andava letteralmente “in fumo”.

Al taglio della legna si alternava l’allevamento di mucche, maiali, pollame e conigli, la raccolta di “marene”, la cura dei pascoli.

Nel fondovalle si coltivavano cereali e la vite e, in primavera, si allevavano i “caalér” – i bachi da seta – che venivano nutriti con le foglie di gelso (i “mür”), ma la vita era praticamente la stessa.

 

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