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  STORIA 30

LA PIAZZA DI SAREZZO NELLA STORIA

La piazza di un paese, si sa, ha sempre rappresentato il suo centro vitale, il fulcro attorno al quale ruotavano le sue vicende, i fatti più o meno importanti della sua storia minima, locale (ma non per questo meno significativa della storia "ufficiale").

Sarezzo, naturalmente, non fa eccezione a questa regola ed era lì, nella piazza, che la gente del paese di frequente si incontrava, fuori del Municipio o della Chiesa, all'ombra rassicurante della Torre campanaria, orgoglioso simbolo della municipalità. Oppure all'osteria, seduta sulle panchine di pietra, al fresco delle piante, per parlare, giocare, o per far mercato delle proprie cose.

Oggi l'aspetto del paese è cambiato, oggi che un vero centro, si può dire, non esiste più, dal momento che il nostro comune, come tutta la nostra valle, segue le sorti della sua secolare storia di luogo industrioso, produttivo, che deve quindi adattarsi ai mercati e tende a disporsi lungo le vie di comunicazione, soprattutto, nel nostro caso, quelle verso la città. Ciononostante la piazza mantiene ancora un suo ruolo centrale, non foss'altro per il fatto che qui si trovano, da sempre, il palazzo municipale e la Chiesa (per non dire, passando dal sacro al profano, dei numerosi bar che vi si affacciano). E mantiene per secoli questo suo ruolo "storico", quasi immobile, al centro del paese che le muta attorno.

La "contrada della piazza" occupava un tempo uno spazio più ridotto rispetto all'attuale. Sarà stata in terraBanda2.jpg (47978 byte) battuta o selciata a ciottoli, occupata in parte dal cimitero, che, come si usava allora, era addossato alla chiesa, e da alcuni alberi, che ancora crescevano spontanei in quella terra che veniva a mano a mano sottratta loro dall'uomo.

Tra il XV e il XVI secolo era delimitata a sud dalla Chiesa parrocchiale, dalla struttura semplice e antica; a est dalle case che furono dei notai Ferandi, sopra il volto che, secondo un antico documento, dava accesso alla piazza, e dalla bottega della scuola della Concezione; a nord la piazza aveva un naturale confine nel torrente Redocla, che scorreva dietro la casa del Comune, edificata sulla sponda sinistra del torrente, e a ovest era delimitata dai beni parrocchiali, terreni e case.

Da questi beni prende il nome l'attuale vicolo della Prebenda, che collega la via Zanardelli con via Dossena.

Oltre il volto, verso la contrada chiamata poi della piazzetta, l'attuale via S. Faustino, si trovava anche una fornace degli Avogadro, così che ancora nell' Ottocento quella zona era detta "contrada della fornace". Alla fine del '400 si affacciava sulla piazza anche la casa della Carità del Comune, una sorta di "associazione benefica" legata alla chiesa.

In quel periodo dunque, in quegli anni che vedevano un certo rigoglio dell'economia locale, basata sull'agricoltura, sulla pastorizia e sulla produzione e il commercio delle "ferrarezze", possiamo immaginare il notaio Simone Ferandi che, avvolto negli austeri panni che si vestivano quotidianamente, lasciata la sala al primo piano della casa del Comune, dove si era radunato il Consiglio, magari dopo un'accesa discussione sugli affari pubblici, attraversava la piazza, passava sotto il volto e entrava in casa sua. Si scaldava al fuoco le mani abituate alla scrittura, si affacciava alla finestra e ripensava qualche atto notarile, la vendita di un terreno, il testamento di un ricco signore mentre un carro carico di calce, un contadino curvo sotto il peso della legna, una donna che si recava in chiesa, passavano per la piazza. Possiamo immaginare Lorenzo di Asola, presbitero della chiesa di Sarezzo, che all'ombra del noce che si trovava nei pressi della Casa del Comune, commenta insieme ad Angelo Bailo i lavori d'intaglio che Clemente Zamara stava compiendo per l'ancona della Cappella della Concezione nella Parrocchiale, mentre un nobile Avogadro entrava nella Casa del Comune di tutta fretta per risolvere di fronte ai Consoli una lite per il possesso di qualche terreno dei tanti che aveva quella famiglia nel Comune di Sarezzo, pronto a ritornarsene nel palazzo di Zanano.

La denominazione della piazza era nei secoli passati generica, ed essa era detta quindi "contrada della piazza" o, con locuzione latina, "contrada platee [plateae]".

Dal XVIII secolo si inizia a tenere in essa, con scadenza periodica, il mercato del bestiame, e la piazza assumerà quindi, ma il nome non è fissato in modo definitivo, la denominazione di "piazza del mercato". Il mercato, che inizialmente si teneva il giorno 13 di ogni mese, rappresentava un momento di forte aggregazione per la gente del luogo.

Possiamo vederla allora la piazza, gremita e chiassosa, in cui i muggiti e i belati si confondevano alle voci cupe e sonore degli uomini; una piazza in cui i contadini, i montanari del Comune e della Valle si ritrovavano periodicamente per concludere affari, e, vinta la loro naturale diffidenza, per mangiare un boccone e bere un bicchiere insieme nell'osteria del comune, ma anche per raccontarsi le proprie esperienze, scambiarsi opinioni sull'andamento dell'allevamento delle pecore, su qualche nuovo ritrovato della scienza agraria o sulle nuove gabelle imposte dal governo veneto.

In questo clima non potevano naturalmente mancare i litigi e le risse, in cui spesso sfociavano le discussioni e le trattative, e più di una volta il Comune dovette intervenire severamente, anche con vere e proprie disposizioni legislative.

Nel secolo scorso la piazza fu detta anche "piazza Grande" o "piazza della Chiesa", oppure, dopo la disastrosa alluvione del 1850 e la successiva ricostruzione, "piazza Nuova". In seguito a questa alluvione si decise anche di modificare il corso del Redocla, che scorreva con un'ansa nel primo tratto di via Roma, quasi a lambire le case sulla sua sponda destra, e che venne invece raddrizzato, per rendere più fluido lo scorrere delle acque. Manterrà poi queste denominazioni generiche fino al 1926, quando prese il nome attuale di "piazza Cesare Battisti".

Fino alla metà del '600, quando quella nuova fu benedetta, la Chiesa parrocchiale era più piccola dell'attuale, dovendo ospitare meno fedeli. Era disposta sull'asse est-ovest, con ingressi a sud e a ovest e un piccolo campanile a nord. Le porte principali non si aprivano dunque sulla piazza, ma sull'attuale via Dossena. Annesse alla chiesa erano la casa del Rettore e quella del cappellano. La nuova Parrocchiale, con un'unica ed ampia navata, terminava all'altezza della torre campanaria e fu portata alle attuali dimensioni negli anni 1909-1910.

La torre campanaria fu edificata alla fine del Cinquecento, e quindi era originariamente indipendente dalla Chiesa; fu unita poi alla nuova Parrocchiale, per quanto il progetto originario la prevedesse separata dall'edificio. Era un po' il simbolo del Comune e dei suoi uomini, che in quel secolo avevano raggiunto una certa agiatezza economica. Vi era un solo orologio, sul lato est della torre, dove furono posti anche i bassorilievi dei santi Faustino e Giovita, una lapide dedicatoria, e uno stemma del Comune, cancellato in seguito, probabilmente dai Francesi, dopo il crollo della Repubblica veneta.

Altre due piccole chiese delimitavano la piazza a nord-ovest: la chiesetta della Formica, a lato dell'omonima contrada, sulla sponda destra del Redocla, e la chiesetta di S. Nicola da Tolentino, utilizzata fino ad alcuni decenni or sono per il Catechismo e in precedenza per la "dottrina delle donne", e trasformata poi in abitazione.

Non solo i vivi avevano però diritto di cittadinanza nella Piazza e infatti, come abbiamo detto, fino ai primi anni del XIX secolo, vicino alla Parrocchiale si trovava il cimitero. E in quest'ultimo era posto il cippo funerario della famiglia Avogadro, la più potente famiglia della zona, rozzamente scolpito nella pietra nell'anno 1337, rimosso probabilmente nel Cinquecento per far posto alla torre campanaria.

I rappresentanti delle famiglie più ricche del Comune, come i Bombardieri di Noboli, i Perotti e i Bailo, avevano il loro sepolcro all'interno della chiesa.

L'antica casa del Comune, simbolo per tanti anni del governo locale, fu distrutta dall'alluvione che nell'agosto del 1850 travolgeva la nostra valle arrecando ovunque ingenti danni.

Vi si radunava il Consiglio per trattare gli affari del comune, e i Consoli giusdicenti ricevevano qui i cittadini che dovevano risolvere una lite. Qui, periodicamente, si decidevano le modalità d'affitto delle legne dei boschi, bene primario in quei tempi, o le tasse da imporre a chi si stabiliva nel territorio del Comune.

I Consigli erano talvolta disturbati da qualche "sedizioso", come quell'Albertino Bonissoli che nel 1585 fu accusato dai reggenti del Comune di disturbare in continuazione le loro riunioni. Pare infatti che amasse intervenire a sproposito durante i consigli, rubando di mano la bacchetta ai consoli mentre si ponevano in affitto i boschi, o ancora, cacciato dai Sindaci che stavano discutendo con i "fabri murari" di Rezzato sulla costruzione della torre, arrampicandosi sul balcone della Casa del Comune per mettersi alla finestra e da lì disturbare la riunione. Era tanta l'insolenza di quest'uomo che pareva "inspirato dal diavolo" nel "mal operar", a detta di un testimone del processo che fece seguito alle denunce. Bisogna però anche dire, e chissà chi aveva ragione, che altri testimoni lo dipingono al contrario come uomo buono e generoso, che agiva in nome della giustizia e che semplicemente, per questioni personali, era osteggiato dai reggenti del comune.

Forse meriterebbero attenzione gli atti del processo a quest'uomo che in modo così plateale si opponeva al "potere costituito", se non altro perché dimostrano come la storia, anche quella di un paese come Sarezzo, spesso si ripete.

Stefano Soggetti

 

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