STORIA 21
IL PALAZZO AVOGADRO DI ZANANO "Non ho tempo!" - "Devo correre!" Pressati ogni istante dalla fretta, rischiamo di non fermarci a "contemplare" la Bellezza, per stupirci, per provare un'emozione , che, forse, nella vita è ciò che conta veramente: Quanti di noi si fermano oggi, naso all'insù, ad osservare la torre del palazzo Avogadro di Zanano, uno fra gli edifici medioevali più prestigiosi della nostra valle? Una visita, anche solo "virtuale" , questo palazzo la meriterebbe davvero, solo se sapessimo che le sue origini risalgono, con ogni probabilità ai tempi della Roma imperiale, che è come dire 2.000 anni fa. E allora proviamoci.Dopo la conquista romana della Valtrompia (16 a.C.), Zanano, divenne uno dei centri più importanti della valle per la sua posizione strategica, ma anche per l'abilità con la quale i suoi abitanti sapevano lavorare il ferro e costruire armi. Lo testimoniamo quattro lapidi romane da cui risulta che i legionari romani prendevano preferibilmente come moglie una donna di Zanano. E ancora. Quattro laminette di bronzo documentano che ad un bravo artigiano del ferro, certo Caio Silio Aviola, forse di Zanano, fu riconosciuta la dignità di "prefetto dei fabbri". Risulta infatti che gli artigiani di qui intrattenevano rapporti commerciali con alcune città dell'impero, fra cui Themetra, città romanizzata dell'Africa. Risale probabilmente a quel periodo (I° sec. d.C.) la costruzione nel centro di Zanano di un edificio per i funzionari militari addetti al reclutamento dei giovani valtrumplini che sceglievano di militare nell'esercito romano. Le basi della massiccia casa - torre annessa al palazzo possono essere quanto resta dell'edificio romano andato distrutto nel corso delle invasioni barbariche.
Tra l'VIII° e il IX secolo, il territorio di Zanano, con Noboli e tutta la valle di Gombio, divenne possedimento del monastero bresciano di S. Salvatore - S. Giulia. Sui ruderi dell'edificio romano sorsero allora un complesso monastico con accanto la cappella dedicata a S. Martino, il mulino e le casupole di artigiani e contadini.
Il nuovo edificio divenne la sede dello "scario", l'amministratore dei beni del monastero che era anche ospizio per i pellegrini e ricovero per i mendicanti.
Verso il 1.200, Zanano e buona parte dei possedimenti monastici, divennero feudo di una nobile famiglia bresciana alleata del vescovo, gli Avogadro, che vennero a stabilirsi proprio a Zanano. .Da allora e per circa 700 anni, la storia di Zanano e dei suoi abitanti fu strettamente intrecciata con quella degli Avogadro e del loro Palazzo.
L'edificio attuale è il risultato di molteplici manomissioni ed ampliamenti succedutisi nel corso dei secoli, interventi che, purtroppo, hanno finito per snaturarne l'originaria struttura.
Dall'esterno il palazzo ci appare composto da due corpi di fabbrica ben distinti: quello a nord, più antico, ha conservato la struttura architettonica medioevale, dove le forme gotiche riescono a conciliarsi con quelle rinascimentali (si osservino in particolare le finestre).
Il corpo a sud è anche quello più seriamente compromesso soprattutto dagli interventi di ristrutturazione e ampliamento operati negli anni 1957 - 1965. Fino a questa data l'ingresso a questa parte del palazzo era una porticina vicina alla facciata della chiesa che introduceva direttamente nel chiostro interno con al centro il Pozzo. L'una e l'altra parte sono divise dal grande ingresso carraio costituito da un arcone in pietra recante lo stemma degli Avogadro (tre scale o bande merlate) e sormontato da tre slanciate cuspidi piramidali.
Ai lati di questo ingresso sono collocate due delle quattro lapidi romane. L'ingresso a nord, in prossimità della torre, introduce in un andito con le pareti formate da enormi massi squadrati; i muri hanno uno spessore che supera spesso i due metri. A destra ed a sinistra ci sono alcune stanze con il soffitto a volta che dovevano fungere da cantine e deposito di attrezzi. L'insieme conserva l'aspetto rustico e severo delle residenze medievali dell'antica nobiltà valligiana. L'ingresso si apre su un vasto cortile ed il brolo retrostante; un portico è costituito da due grandi archi sorretti da tre colonne con capitelli corinzi. La colonna centrale reca scolpito lo stemma nobiliare. Sopra il portico c'è una loggia rivolta a mezzogiorno chiusa da sette archi minori con colonnette.
Una scala buia porta al piano superiore dove troviamo alcune sale interessanti dal punto di vista artistico. Il primo salone a destra con il soffitto a crociera conserva due pregevoli affreschi e numerose decorazioni. Il primo affresco a destra è quello fra tutti più enigmatico e quindi variamente interpretato. C'è chi vi ha visto una schiera di gatti che vanno all'assedio della città dei topi; chi lo ritiene un'allegoria della vita che trascorre serena all'interno del castello anche se all' esterno si aggirano minacciosi i nemici.
Con tutta probabilità si tratta della rievocazione di un episodio realmente accaduto in Valtrompia al tempo delle lotte fra Guelfi e Ghibellini.
Il dipinto rappresenta due turriti castelli, uno in primo piano, sulla destra, posto a fondovalle tra due speroni rocciosi che si incontrano alla base, l'altro collocato sulla montagna che fa da sfondo.
E' esattamente lo scenario che ci si presenta quando, salendo da Sarezzo, rivolgiamo lo sguardo a nord: il castello in primo piano, sulla destra, è la fortificazione guelfa al ponte di Zanano, il castello di Testaforte, mentre il castello sullo sfondo è quello che sorgeva sopra Gardone in località S. Rocco.
Dal primo castello esce una schiera di orsi neri, armati di lance ed eretti come soldati, preceduti da quattro trombettieri e dalle insegne che recano il caratteristico giglio di Firenze emblema degli Avogadro del Giglio.
Una seconda schiera di orsi bianchi, anch'essi armati, discende la Valle diretta contro gli orsi neri.
Vi sono poi alcuni orsi isolati che sembrano rincorrersi. Una attenta lettura del dipinto fa pensare che l'ignoto autore abbia voluto raffigurare uno scontro armato avvenuto in valle fra i soldati guelfi (gli orsi neri) attestati presso il castello di Testaforte ed i soldati ghibellini (gli orsi bianchi) che discendono dal castello sopra Gardone. Lo scontro, capeggiato da un Avogadro, vuole celebrare la vittoria degli orsi neri, cioè i guelfi valtrumplini, contro i Ghibellini rappresentati dagli orsi bianchi. Sulla parete nord è dipinta una suggestiva Madonna con in grembo il Bambino che alza la mano destra benedicente.Alla sua sinistra, una santa, in piedi, stringe nella mano alzata una freccia, ed ai piedi, quattro fanciulle oranti.
A destra S. Martino Vescovo con il pastorale, mentre poggia la mano sinistra sulla testa di un uomo calvo, inginocchiato, con al fianco due giovinetti biondi ed un cagnolino. L'uomo è verosimile il committente del dipinto. In alto si scorge un scritta poco leggibile ed una data: 1430.
Il resto delle pareti è variamente decorato a scacchi romboidali.
Una porta - finestra dà su un balconcino recentemente restaurato.
Le altre sale hanno tutte il soffitto in legno sorretto da grosse travi decorate con motivi floreali. La stanza centrale ha un maestoso caminetto in pietra. Una sala più a sud conserva sulla parete sinistra un affresco che ritrae S. Girolamo in abiti cardinalizi, seduto su un tronco di pietra, mentre legge un foglio srotolato. Sui capitelli del trono sono dipinti due leoni che sorreggono tra le zampe lo stemma degli Avogadro. In alto una data: 1474 - DIE 27 DICEMBRE.
Nel 1400 Venezia, tesa alla conquista della terra bresciana, trova negli Avogadro di Zanano i suoi più fedeli alleati contro i Visconti di Milano. Nel 1427, dopo la vittoria, Venezia seppe ricompensarli adeguatamente e gli Avogadro vollero rendere la dimora all'altezza della loro potenza politica ed economica di nobili veneziani. Il loro stemma comparve un po ovunque nel palazzo e nel paese (lo possiamo vedere anche sulla facciata della "loro" chiesa e sul portale di una casa in via S. Martino).
Per molto tempo, in seguito, non furono apportare al palazzo consistenti modifiche, se non quelle ultime del '900. Gli Avogadro, a causa dei lunghi periodi di carestie e gravi calamità, furono più volte costretti ad alienare parte del loro patrimonio e vissero per decenni in condizioni di decorosa povertà, tra gente costretta nella miseria più nera..
Dopo il ritorno dell'Austria (prima metà dell'800) il dott. Orazio Avogadro trasformò una parte del palazzo in ricovero per mendicanti e malati che egli stesso curava e assisteva.
Alla fine dell'800 i suoi figli, i Revv. Vincenzo e Giacomo, ultimi discendenti della nobile famiglia, lasciarono ogni bene alla Congregazione delle suore Ancelle della Carità per destinare l'antico palazzo ad orfanatrofio femminile.
Roberto Simoni
- STORIA VENTIDUE:: http://www.rete5.it/comunesarezzo/storia22.htm
Elaborazione grafica Radio Rete 5. ...2000