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  STORIA 17

I FATTI DI SAREZZO

Il 27 giugno del 1920 sulla piazza di Sarezzo vennero raccolti 5 corpi inanimati. In occasione di una manifestazione operaia era accaduto il dramma che illustreremo in seguito, come se fosse una cronaca. Ma prima di presentare questa vicenda, sono necessarie alcune considerazioni. Per prima cosa è bene ricordare che 5 anni fa, in occasione del 75° anniversario, fu collocata una lapide sulla facciata del municipio: nello stesso tempo si ricordavano le vittime e si celebrava una riconciliazione. In quell’occasione l’intervento ufficiale fu tenuto da Mino Martinazzoli che illustrò la temperie in cui si verificarono i tragici fatti di Sarezzo. In secondo luogo, il dramma di Sarezzo e della Valtrompia (alcune vittime provenivano dall’allora comune di Villa Cogozzo) ha assunto valore emblematico. La manifestazione di Sarezzo è stata chiesaluce.gif (45951 byte)l’ennesima conferma che tra movimento operaio socialista e movimento operaio cattolico non c’erano prospettive di alleanza, di collaborazione. I ceti popolari erano profondamente divisi. Non era possibile trovare un punto di incontro sul piano ideologico, su quello degli obiettivi e su quello dei metodi. Quello che non era possibile a Sarezzo non lo era neppure a livello nazionale. La divisione del movimento operaio, dei ceti popolari fu tra le cause dell’avvento del fascismo. Mussolini conquistò il potere non solo grazie all’appoggio di tutti gli scontenti, non solo per il sostegno della piccola e media borghesia, non solo per la sostanziale connivenza della monarchia e delle caste militari, non solo per il finanziamento di industriali e soprattutto di agrari timorosi di una nuova rivoluzione bolscevica. Non è possibile infatti dimenticare che i veri avversari del fascismo, coloro che avevano tutto da perdere dall’avvento di un regime totalitario, i ceti popolari, erano più impegnati a combattersi tra di loro che a individuare e a respingere il vero nemico, quello che dominerà l’Italia per 20 anni e la farà entrare in una guerra disastrosa che, vista l’educazione impartita ai giovani (inquadrati per esercitazioni paramilitari già dagli anni dell’infanzia), non è stata un incidente di percorso, ma un obiettivo da “corteggiare” e da conseguire.

Ecco la cronaca dei “Fatti di Sarezzo”.

 Nel 1920 la sezione tessile di Sarezzo (aderente alla Federazione delle Unioni cattoliche del lavoro) decise di organizzare una festa per la benedizione della bandiera. La data scelta era quella del 27 giugno. A dirigere la sezione era Cecilia Facchini (che sarà consigliere comunale nel secondo dopoguerra) che in data 10 giugno aveva inviato al sindaco di Sarezzo una lettera nella quale era illustrato il programma della manifestazione. La festa doveva iniziare alle 9 di domenica 27 giugno con il ricevimento delle organizzazioni cattoliche provenienti dal resto della Valtrompia. Alle 10 la sfilata per le vie del paese per raggiungere la parrocchiale. La benedizione della bandiera, con discorso del padre Caresana, si sarebbe svolta dopo la messa. All’uscita dalla chiesa il tradizionale comizio alle 11,15. Il banchetto, la benedizione e il canto del Te Deum dovevano concludere una giornata di grande festa per l’organizzazione operaia cattolica, di cui facevano parte soprattutto donne che lavoravano alla Mylius (poi Bernocchi) di Cogozzo o alla Coduri di Ponte Zanano. La notizia dell’iniziativa si diffuse e Lorenzo Belleri (anche lui amministratore nel secondo dopoguerra) chiese ai rappresentanti locali del partito popolare (il partito fondato da don Luigi Sturzo nel 1919 e costituito dai cattolici ritornati ufficialmente all’attività politica dopo il non expedit) e alla sezione tessile di organizzare un contraddittorio, un confronto tra due rappresentanti politici di diversa estrazione. A questo punto le posizioni divergono. Dopo i fatti i socialisti affermeranno di aver ottenuto un consenso verbale. Per i cattolici la risposta fu negativa perché si trattava di una festa religiosa. Nei giorni precedenti la festa venne diffuso un volantino siglato dal “Comitato d’azione”. Lorenzo Belleri affermerà di non conoscere i componenti di questo comitato. Il contenuto del volantino è chiarissimo: “Lavoratori – Lavoratrici. Il Pipismo di Sarezzo tenta di profanare la piazza di questo paese inaugurando domenica 27 corrente la bandiera macchiata delle più infami crudeltà. Lavoratori, la piazza di Sarezzo è del popolo onesto, difendiamola dalle menzogne secolari dei trafficanti della religione, intervenendo al pubblico comizio che terremo alle 10 solari”.

Giunse il 27 giugno. Alle 10, come previsto dal programma, si formò il corteo dei cattolici. Contemporaneamente erano convenuti a Sarezzo numerosi socialisti. Nel corso della sfilata i due gruppi si scambiarono insulti e invettive. In qualche caso fu sfiorato il rischio che qualcuno passasse alle vie di fatto. Dopo l’ingresso dei cattolici nella parrocchiale, per far cessare lo scontro prevalentemente verbale, furono chiuse le porte della chiesa. Dopo la sostanziale tranquillità dei momenti dedicati alla cerimonia religiosa, i contrasti ricominciarono ancora più serrati. Nella piazza, più piccola rispetto a quella attuale, dato che non era stato ancora coperto il torrente Redocla, si radunarono dalle 1.500 alle 3.000 persone, almeno secondo le testimonianze discordi dei quotidiani e dei giornali dell’epoca (“Sentinella Bresciana”, “La provincia”, “Il Cittadino” e “Brescia Nuova”). I socialisti occupavano il centro della piazza, i cattolici, usciti dalla chiesa quando gli avversari erano già schierati, furono costretti ad occupare gli spazi vuoti. Solo dopo serrate trattative il rappresentante dei cattolici Pietro Bulloni e il sindacalista socialista Ausano Bernasconi raggiunsero un accordo: Bulloni (futuro prefetto di Brescia) doveva pronunciare un’esaltazione generica del lavoro, senza procedere a critiche per la politica degli avversari. Secondo quanto riferito dal maresciallo dei carabinieri Gavino Biora, i socialisti avevano minacciato di impedire il comizio se non fossero state accettate alcune condizioni. Sul palco, appoggiato alla facciata della chiesa, salirono padre Caresana, il cappellano militare Gallone, il sindacalista Angelo Pina e l’avvocato Bulloni per i cattolici, Ausano Bernasconi per i socialisti. Bulloni, nonostante le interruzioni e gli schiamazzi, tenne il suo discorso. Alla fine intervenne Bernasconi che, dopo aver avvertito la folla della rinuncia al contraddittorio, espresse alcune valutazione sulle affermazioni di Bulloni. Tra la folla c’era parecchia confusione. Le due parti si scambiavano insulti coloriti. Sventolavano fazzoletti bianchi e rossi. In quel momento un giovane anarchico di Gardone Valtrompia, Arturo Camossi, salì sul palco e cercò di parlare al pubblico. Gli fu impedito. A quel punto si tolse la cravatta nera (o, secondo alcuni, la sciarpa) e cominciò a gridare “Viva l’anarchia”. Alcune persone, tra le quali il sindacalista socialista Ermete Varischi e il chierico Rovetta tentarono di farlo scendere dal palco. Mentre era in corso la colluttazione con il chierico vestito della talare, partì un colpo di arma da fuoco che colpì il carabiniere Paolo Renzi che, insieme ai suoi colleghi, era schierato sotto il palco, vicino all’ingresso della chiesa. A questo punto le testimonianze sono decisamente contrastanti. Secondo alcuni, furono sparati colpi in aria. Poi i carabinieri, forse perché dalla piazza partirono altri colpi d’arma da fuoco, puntarono sulla folla, in particolare sui socialisti che occupavano la parte centrale della piazza e che erano riconoscibili per i fazzoletti rossi. Per i carabinieri i colpi erano stati sparati dal settore occupato dai socialisti. Per i socialisti la causa era invece il pregiudizio politico che in altre occasioni, anche nel corso del 1920, aveva portato le forze dell’ordine a sparare sulla folla nel corso di manifestazioni popolari. La sparatoria cessò solo per l’intervento del maresciallo Biora che, a rischio della propria vita, si gettò davanti a suoi uomini. Nel frattempo la folla si disperdeva in maniera disordinata. Molti, per la fretta e la ressa, persero cappelli, zoccoli, borse e scarpe. Gli oratori, compresi i socialisti Bernasconi e Varischi, si rifugiarono in chiesa. Appena la piazza si svuotò, il dramma emerse in tutta la sua evidenza. Nella piazza, oltre a quello del carabiniere Paolo Renzi, rimasero i corpi del trentunenne Santo Ronchi, del ventitreeenne Angelo Tolotti, del sedicenne Carlo Nodari, tutti di Villa Cogozzo e del sarezzeze trentottenne Carlo Copeta. Le fonti non concordano sul numero dei feriti. Per alcuni quelli di una certa gravità furono 9, per altri furono 15. Già da subito non fu possibile identificare il colpevole (il primo a sparare). Le testimonianze dei presenti erano discordi. L’unica certezza viene dall’autopsia: il carabiniere Renzi morì “per paralisi violenta causata da fenomeni di emorragia interna, provocati da un proiettile di arma da fuoco fuori ordinanza, penetrato nella regione occipitale e arrestatosi alla regione sottofrontale”. Da questi dati dati si ricava che il colpo è partito dall’alto. Nessuno vide con chiarezza quanto avvenne. Per i cattolici il colpevolefu sicuramente Arturo Camossi. Per i socialisti fu un prete e precisamente don Galloni. Per altri un prete vestito di nero. Camossi, mentre era latitante, scrisse ad un giornale che il chierico Rovetta, mentre stava lottando con lui, sparò un colpo di rivoltella. Le testimonianze non collimano: padre Caresana fu scagionato da Bernasconi. Galloni era vestito di giogioverde, la divisa da cappellano militare. Non mancò il “giallo” di una lettera ad un giornale smentita dai firmatari. Le testimonianze si mantennero contraddittorie fino al processo che si concluse con la condanna di Camosci, probabilmente più per gli indizi e per la sua fede politica che per effettive prove. Il dramma della piazza di Sarezzo è rappresentato, oltre che dalle vittime, dagli scontri delle forze popolari tra di loro, incapaci di trovare la via del dialogo. Si disputavano la vittoria nelle piazze in un momento in cui erano in gioco la loro sopravvivenza e la libertà per tutti gli italiani. Proprio il giorno di apertura del processo (che si svolse dal 19 aprile al 7 maggio del 1921 nella Corte d’Assise di Brescia) i giornali locali riportarono la notizia del primo comizio fascista in Valtrompia. L’oratore era Augusto Turati, redattore della zanardelliana “Provincia” e futuro segretario del Partito Nazionale Fascista.

Ernesto Pintossi

 
STORIA DICIOTTO: http://www.rete5.it/comunesarezzo/storia18.htm

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