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STORIA 15

Il Mella nella storia e nella cronaca

In questo numero diamo spazio a quanto è emerso dal primo incontro di “1850, quando si levarono le acque del Mella e del Redocla”. La prima serata, apertasi con il saluto dell’assessore alla cultura Fabrizio Zubani e con l’introduzione di Roberto Simoni, è stata dedicata soprattutto ai ricordi, anche se non sono mancati spunti di storia. Nel resoconto non ci sarà continuità, ma non mancheranno gli spunti interessanti. In particolare è stato dato spazio ai presenti che hanno offerto un contributo decisamente interessante: il primo è una fotografia che raffigura l’alluvione dell’ottobre del 1959. Due giovani zananesi, Giuseppe Giacomelli e Alcide Ferraglio, con il caratteristico impermeabile di quei tempi, osservano la piena del Mella più o meno dalla località “Franzoni” di Zanano. Davanti a loro hanno un grande lago di acqua che arriva fino ad un piccolo abitato (quello di Noboli) che si riconosce dai profili della montagna, della Sella. Probabilmente era già iniziato il deflusso delle acque. In mezzo infatti comincia a riemergere della terra, quella dell’isola che il Mella formava tra Zanano e Noboli. Quell’isola era chiamata “la Bosca” e proprio questa zona del Mella è stata oggetto di interventi nel corso della serata. Molti sono stati gli argomenti toccati. Mella.jpg (34925 byte)Per prima cosa ovviamente le alluvioni. Dal Quattrocento al Novecento sono state numerosissime. Per la precisione (almeno secondo Giuseppe Berruti, autore del libro “Levandosi i fiumi sopra le rive”, edito dalla Grafo) sono state 25. Per Roberto Simoni, a cui è stato affidato il compito di offrire spunti per la serata, le cause sono da ricercare nell’intenso sfruttamento delle montagne: “Per far funzionare un forno fusorio (e in Valtrompia ce n’erano almeno 6 e in qualche periodo anche più) erano necessari ogni giorno 30 quintali di carbone di legna, in gran parte di rovere e faggio”. Se a questi si aggiungono le fucine, le calchere e l’uso per riscaldamento e domestico, si può capire quanto legname venisse consumato ogni anno. Così, nonostante le prescrizioni, i divieti espliciti degli statuti, compreso quello di Sarezzo, le pene comminate, la carenza di combustibile, oltre a favorire l’esportazione del minerale di ferro nelle altre valli, spingeva a “depredare” i boschi, con relative conseguenze disastrose in caso di piogge frequenti e abbondanti. Tra le alluvioni, la più disastrosa fu proprio quella del 1850, quella che ha lasciato traccia nella toponomastica di Sarezzo. Fu preceduta nello stesso anno da altre 2 alluvioni, una il 27 maggio e una il 18 giugno. Per quella del 14 agosto, oltre alle distruzioni, si registrarono due vittime nel comune di Sarezzo. Giovanni Battista Mazza, il fratello del farmacista (che risiedeva in piazza a Sarezzo) fu travolto dalle acque che devastarono la piazza di Sarezzo e distrussero parzialmente il municipio e completamente la chiesa di S. Maria della Formica e appunto la casa del farmacista. Tale fu la furia delle acque che una cassettina di preziosi di proprietà della vedova del farmacista (Margherita Bosio) fu ritrovata a Milzanello, non lontano dalla provincia di Cremona. Il 17 agosto, a Ponte Zanano, nei pressi del terreno di una signora Svanera, fu trovato il cadavere di un bambino, Romano Salvi di Agostino, di età non verificata, non residente nel comune di Sarezzo, ma a Gardone. Dopo due giorni nella stagione estiva era già iniziata la decomposizione e il bambino fu sepolto senza ulteriori indagini. Noboli era stato coperto completamente di acqua e ghiaia. A Zanano un torrente (chiamato Lusnato e l’Usnato, forse l’attuale via Avogadro) provocò notevoli devastazioni. Nel paese c’era un metro di ghiaia, come già il 18 giugno precedente. Per sistemare la piazza e le strade di Zanano furono spese circa 400 lire. In quell’alluvione Noboli rimase isolato. Il ponte romanico (allora chiamato ponte nuovo perché ricostruito dopo l’esondazione del 1763) fu distrutto dalla furia delle acque. La stessa sorte seguì la strada per Cogozzo. Anche la strada che conduceva a Ponte Zanano, passando per il Gelé, fu praticamente cancellata dalle acque. L’arteria non era ancora stata ripristinata nel 1880, praticamente alla vigilia di una nuova alluvione. Non certo come riparazione di quel fatto, ma nella logica del recupero del Mella e delle sue sponde, tra breve su quel tratto verrà realizzata una pista ciclabile. Come ha sottolineato Francesco Bevilacqua, ma era già stato messo in evidenza anche da Simoni, il Mella non è stato solo causa di disastri, ma anche fonte di lavoro e di ricchezza.Tutte le fabbriche (e anticamente le fucine)funzionavano grazie alla forza idraulica. Tutte le industrie tessili e armiere sfruttavano l’energia dell’acqua del Mella e dei torrenti. L’acqua delle seriole muoveva le ruote a cui erano collegati magli, macine, folli e gualchiere. Ma a fare notizia sono soprattutto le alluvioni. Proprio su questo tema è da citare un tentativo di rendere regolare il corso del Mella. E’ stato proposto da mons. Fausto Balestrini che ha ricordato il progetto redatto nel 1916 da Arnaldo Trebeschi e dal grande geologo Arturo Cozzaglio. Per regolare il regime torrentizio, avevano previsto di realizzare un grande invaso allo sbocco della valle di Lodrino. Il laghetto artificiale avrebbe avuto la capacità di circa 12-14 milioni di metri cubi di acqua. Il bacino, che secondo Balestrini avrebbe potuto cambiare la storia della valle, non fu mai realizzato per l’opposizione generale, in particolare quella dei comuni di Carcina, Concesio, S. Vigilio. Avvenne così quello che si sta verificando per la strada. Le divisioni e le rivalità, dopo quasi un secolo, non hanno ancora consentito di costruire la nuova arteria. La seconda parte della serata è stata invece dedicata alla rievocazione dei tempi in cui l’acqua del Mella era limpida, in cui il pesce era abbondante e sulle sponde del Mella e nella “Bosca” i bambini si riunivano per giocare. La “Bosca” era un’isola che il Mella formava all’altezza di Zanano, fino quasi a Noboli. L’attuale sferisterio di Zanano, posto dietro la parrocchiale, segue in pratica il corso di uno dei due rami del Mella. In mezzo l’isola, una vera e propria isola del tesoro per bambini e ragazzi che si dividevano in bande e si disputavano il territorio. A ricordare questi tempi, quelli prima della guerra mondiale, oppure gli anni appena successivi, sono stati alcuni zananesi e nobolesi e in particolare Gino Sandrini. I ragazzi pescavano nel Mella con una mazza e la forchetta. Con la mazza picchiavano sui massi del fiume. Le “bose” rimanevano stordite, uscivano dai ripari e venivano infilzate con le forchette. Ovviamente c’erano anche altri sistemi di pesca: per esempio con le nasse si pescavano “barbi” e “verù”. Venivano utilizzati anche sistemi non proprio legali: veniva infatti buttato in acqua del “cianuro” in quantità sufficiente per stordire i pesci e in qualche caso anche per ucciderli, ma il consumo diventava pericoloso. Era abbastanza strano che a Zanano e a Noboli non si pescasse con gli ami. La pesca era abbondante nella seriola, soprattutto quando veniva vuotata. Nelle buche, che si formavano in particolare dove c’erano dei salti, rimaneva poca acqua e invece si fermavano molti pesci. Sulle sponde del Mella i ragazzi giocavano, si divertivano. Imparavano a nuotare nei “gòi”, i punti con l’acqua più alta, in qualche caso rallentata dalle travate, come quella che fino a pochi anni fa si poteva vedere tra il Gelé e lo stadio Redaelli. E’ ricordato un anno memorabile (un inverno a cavallo dell’inizio della guerra mondiale) in cui il Mella è ghiacciato e si è trasformato in una pista di ghiaccio. I bambini e i ragazzi si sfidavano nelle “biöscaröle”. A facilitarle erano i chiodi piantati negli zoccoli di legno per farli durare di più. Non mancavano ovviamente i pericoli. Come ha riferito Roberto Simoni, si registrarono dei salvataggi dalle acque. Nel periodo precedente la guerra, il podestà di Sarezzo (in epoca fascista il podestà sostituì il sindaco) Prunali premiò Luigi Andrea Sandrini per aver salvato un ragazzo dalle acque vorticose del Mella, in occasione di una delle frequenti piene. La conclusione è dedicata ad alcuni giochi decisamente pericolosi che ricordano quelli delle zone di guerra dei nostri tempi. Durante il secondo conflitto mondiale i ragazzi di Zanano e Noboli riuscivano a procurarsi micce e tritolo. Le sottraevano dai depositi tedeschi delle “gallerie”. Poi facevano scoppiare la polvere sulle rive del Mella. Generalmente facevano saltare dei grossi massi. Una volta l’esplosivo fu nascosto sotto uno dei grandi pioppi (albère): saltò in aria con un grande botto.

Ernesto Pintossi

 

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