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STORIA 144

DUE LETTERE DI GIUSEPPINA PORSCIER A OTTAVIO BAILO

Ottavio Bailo è l’ultimo rappresentante della famiglia di Sarezzo che ha avuto tanta importanza nella storia del comune. Muore nel 1842, dopo una vita vissuta senza disdegnare i piaceri mondani, le donne e la caccia tra gli altri (ricordiamo il palazzo in Visala, sorto inizialmente come casino per la caccia, appunto, e dove nel 1836 viene benedetto l’Oratorio pubblico eretto per volontà dello stesso Ottavio Bailo). Frequentava la società mondana di Brescia, Milano, Venezia ed aveva ereditato un’enorme fortuna.

Una delle donne che egli ebbe modo di frequentare era una francese, certa Giuseppina Porscier, che, ammalata, in viaggio verso la Francia, verso il marito e la casa, scrive ad Ottavio due lettere, ringraziandolo per l’ospitalità e dimostrando il proprio dispiacere per l’allontanamento dall’amico carissimo e dai luoghi che aveva potuto conoscere a Brescia. A Torino, dove fa sosta, grazie a una lettera di raccomandazione dello stesso Ottavio Bailo (e anche questo particolare dimostra l’importanza che aveva questa famiglia), trova ospitalità in casa di una donna. È curioso rilevare come, nella seconda lettera, quasi a sottolineare il dolore per il distacco, confessi che secondo lei il suo paese, Embrun (un paese sulle Alpi, poco oltre il confine con il Piemonte, a pochi chilometri da Briançon), era il più brutto paese che si potesse immaginare, dove non si trovava da mangiare se non un poco di carne di pecora (certo memore dei cibi più raffinati e abbondanti che in casa Bailo avrà potuto gustare).

Tra le braccia del marito poi ripensa ancora a Ottavio, verso il quale il marito stesso dimostra gratitudine (non era evidentemente un uomo geloso), anche se poi la Porscier confessa di scrivere questa lettera di nascosto da lui, che la vorrebbe leggere, e che un’altra l’avrebbe scritta ad hoc, in sostituzione di questa, perché anche il marito la potesse vedere. È comprensibile, considerato che in quella spedita a Ottavio confessa come il marito, per il quale nel migliore dei casi avrebbe provato stima, ma non vero amore (forse quindi il matrimonio era ancora da celebrare), non avrebbe mai potuto rimpiazzare un amico come lui, che nei suoi sei anni di permanenza a Brescia, aveva legato la parte più sensibile del suo cuore.

Specifica anche che il marito “è ben Contendo che si scriviamo reciprocamente e poi, non sa leggere il vostro Caratere”, cioè Ottavio poteva scrivere qualunque cosa che tanto non sarebbe stato compreso.

Tra i beni immobili che l’ultimo dei Bailo aveva ereditato c’era anche un palazzo dove risiedeva abitualmente, a Brescia, in contrada dei Santi Giacomo e Filippo (l’attuale via Battaglie). Qui la Porscier indirizza le sue lettere (a Brescia, Italia, Dipartimento del Mella).

Siamo, detto per inciso, in pieno periodo di restaurazione dopo il crollo della potenza napoleonica.

Riporto il testo integrale delle due lettere, per quanto non siano certo, come si può vedere, un esempio di pura grammatica italiana, ma considerando che anche in questo consiste la bellezza di certi documenti e di certe corrispondenze (senza dimenticare che la scrivente non era italiana). Mi pare comunque che sia quasi integralmente comprensibile.

 

“Lunedì a Torino 19 settembre 1814

 

 

Preg.mio ed Caro amico

 

Questo oggi o mio Cortiale amico, sono mezza amalata e piena di malinconia arivatà a Torino ove tutti gli oggeti che si presentanno agli mie occhi, non mi inspirano che dristessa e malingonia.

Io adunque non saprei meglio impiegare questo Missero dempo, che nel scrivere al mio caro e buon amico; o mio Dio; quanto penso che nel Continuare il mio Viaggio sempre di più mi alontano del amico il più cortiale e generoso; oh; alora son for di me stessa, il mio spirito mi appandona e mi sento morire, ah; non c’è dolore magore del mio, tutto il conforto che mi resta, è la speranza di revetervi ben presto ed che voi possiate conservare gli stesi sentimenti protestatomi prima della mia infelice partenza, ah; si mio caro amico conservate questi sentimenti io ne sono ben degnia perchè non c’è affeto più sincero del mio, la mia partenza di Brescia non è niente in confrondo del dolore che provo attesso, perche in tanto che voi mi eravate vicino, mi pareva encora incretibile che si abbiamo di lasciare, ma attesso che pure veto che non siete più viccino di me e che ne pure posso avere la speranza di vetervi di quà otto o quindeci gorni che tante città si [ci] separino, e che tante altre si separerano ancora per antare incontro un destino, che pure troppo sento che mi rentera infelice, o Dio; Conforto perche mi sento sucompere e non posso più reggere a tanti imagine lucubre. Supito [subito] che avreto ricevuto la pressenta scrivetemi a Embrun perche non posso più aspettare il momento di ricevere delle vostre nove uniquo conforto che potete dare alla vostra infelice ed desolata amica, vi diro che sono stata ben acolta col mezzo della Lettera di ricomantacione ho drovato la padrona di casa assai buona e mi ha in questi pocchi momenti dimostrata tutti gli attensioni possibile, abbiamo fatto bene di prentere dei luigi qua valino 24 lire.

Vi lascio caro amico per antare a letto perche mi sento assai male, epure vi lascio con il maggore rincressimento perche nel scrivervi mi pare di vetervi e di parlarvi, e voi mio generoso amico che fatte avete fatto buon viaggio, pensate voi a me scrivetemi tutto e appritemi il vostro core, ditemi anche quanto siete arrivato à Brescia.

Salutatemi danto il Sig.o Gaetano [il custode della casa di Visala Gaetano Bodini] e mio caro Vissale [Visala] quanto ci anterede e tutti gli amici che dimanterano conto di me addio mio caro non posso più scrivere, il pianto mi sufocha addio mio amabile ed generoso amico agratite le sincere ed inalterate proteste della vostra affez.ma obb.ma serva Giusseppina Porscier ricapito a Madame Porscier poste resdante a Embrun.

 

P.S. Nel momento che sono per sigilare la mia lettera vengono a dirmi che la diligenza non va più a Briansone (Briançon) e che pissonniera [bisognerà] aspetare locacione [l’occasione] di una vetura che è ben dificile di drovare per Chamberi (Chambéry) io troveri facilmente ma pissioneria slongare la di tre gorni ed meglio aspetare locasione di una vetura, vi scrivero il tutto un aldra volta.

 

Indirizzata

All’Ornatissimo Signore

Il Signore octtavio Bailo

Condrata St Gacomo Filipo

Dipartimento del Mella

Brescia

_________________________________

 

 

Amabile e generoso amico

 

Vi prego scusarmi o caro, si alquanto tardi vi scrivo per informarvi del mio stato; vi diro adunque che non ho potuto scrivervi più presto essento io stata amalada a Torino sei giorni è non sono arivata quivi che li 27 di questo mese. Vi ho scrito da Torino, non so se avete ricevuto la mia lettera, il medesimo giorno quando vi ho scrito la sera mi è venuto una febre che mi ha tradenuto a letto per cinque giorni; sono stata obbligata di prentere una vetura per me sola, perche la Diligenza non và più di questa parta.

Mio marito mi è venuto ad incontrare a Briancone, ove abbiamo presso la diligenza fine [fino] a Embrun, che è il più brudo paesse che posiate imaginarvi in messo alle montagnie ove non si trove niente da mangare cha un pocco di carna di pecora, ho; mio caro e generoso amico voi non potete imaginarvi la mia tristà situacione io sono qui in messo a delle gran Rocce a piangere l’amico il più caro il più dengnio [degno] e il piu generoso che potro mai trovare in questo mondo, ah; si, voi solo erevato [eravate] l’uomo unico per formare la mia felicità, ah; dove siete voi mio caro e quando è che vi rivedro, io sono cosi confusa che non sò scrivevi che dristeza e malinconia non sabbrei dare pace a questo core tropo affecionnato alla vostra persona. Negli bracci medesimi di mio marito non posso fare a meno che di sospirare e chiamarvi ognie momendo, un solo momento che stava con voi o mio caro paghava tutti i dispiaceri che ho potuto sofrire, ed ere preferibile a tutti i piaceri che mi ci procuro a questo ora, mio marito si ed gia acordo del mio tristo condengnio [contegno], ed io gli ho confessato che voi nerevato [ne eravate] la Cagione e che il mio core non senteva per voi che graditudine e amore rifflettendo a tutto quello che avete fatto per me, pare che non disaprovo [disapprovi] il mio attacamendo per voi e mi ha promesso di lassiami ritornare presso di voi l’anno veniente, e che fara tutto il possibile per rinpiacare [rimpiazzare] un amico cosi dengnio come erevade voi, si mi tradera [tratterà] bene avra la mia stima, ma non sarà mai possibile di avere il mio Core, li tratti sinceri affettuosi, e generosi, co i quali mi avete sempre compatito in sei anni che potei seco voi godere mi hanno legato la parta più sensibile di questo Core che non potra mai appardenere che a voi mio Caro amico. Non privatemi ve ne prego dei vostri cari Carateri unico Conforto e consolasione che posso avere in questo momento scrivetemi senza riquarto, mio Marito vi ama e vi stima tanto dapoi che à sentito tutto quello che avete fatto per me, che è ben Contendo che si scriviamo reciprocamente e poi, non sa leggere il vostro Caratere.

Questa lettera ve la scriva nascostamende, perche mio Marito la vorebbe vetere, pisognera che ve ne scrive un altra che leggera pure egli ancora.

Vi lascio o mio Caro con dolore, perche non ho altro piacere che di dratenermi con voi unico oggedo che posso amare e stimare di tutto il mio Core. Agradite li Veraci sentimenti piene di stima coli quali mi protessto, ber sempre la vostra aff.ma Sin.ma ed Obbl.ma Serva ed Amica.

 

Giusseppina Porscier

Embrun li 28 settembre 1814

 

Indirizzata

All’Ornatissimo Signore

Il Signore octtavio Bailo

Con.ta di St. Giacomo Filippo

a Brescia in Italia

Dep.to del Mella

Brescia”

 

Stefano Soggetti

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