STORIA 143
AUTUNNO.
QUANDO
PER TUTTI ERA TEMPO DI CACCIA.
Se percorriamo lattuale tratto
di pista ciclabile che da Ponte Zanano scende a Noboli, sulla destra del fiume Mella,
siamo sulla più antica strada di valle che portava a Brescia. Giunti al Gélé, ci
troviamo in una delle località storicamente più interessanti della Valtrompia. Allorché
sulla destra scorgiamo, tra la fitta vegetazione, un ruscello che scende tra le rocce,
siamo alla Büsa del Töf , la buca del tufo, una grotta naturale e vasta
sovrastante la strada per un centinaio di metri. Questa grotta, nella quale furono
rinvenute alcune punte di pietra scheggiata risalenti al neolitico, per secoli fu un punto
di avvistamento ed un rifugio per i cacciatori della preistoria.
La vasta e fitta foresta popolata
di selvatici era un territorio propizio per i gruppi seminomadi che, provvisti di fionde e
punte di selce, andavano a caccia di orsi, cinghiali, cervi e caprioli.
A sud delle sorgenti del Gélé
ecco Noboli, una località dove, in epoca preromana, era stanziata una tribù di origine
celtica dedita allagricoltura, alla caccia e alla lavorazione dei metalli. Alcune
testimonianze venute alla luce a Noboli documentano che i Celti veneravano il dio
Brassenno, loro nume tutelare, celebravano cerimonie nei boschi presso le sorgenti,
consideravano sacro il vischio usato per la cattura degli animali. Viene da pensare che la
nota abilità dei Valtrumplini nella fabbricazione degli strumenti di caccia tragga
origine dalla remota lavorazione del ferro praticata dai Celti. Mentre la caccia agli
animali di grossa taglia era compito degli uomini più robusti, la cattura di quelli
piccoli e dei volatili in genere era riservata ai ragazzi ed alle donne del clan
familiare. Non per nulla presso i Romani la dea della caccia era Diana.
Lungo tutto il medioevo,
contrassegnato da terribili carestie e ricorrenti pestilenze, i montanari dei nostri paesi
avevano nella caccia lunica possibilità di sopravvivenza. Aspettavano con ansia
febbrile lautunno intenti a preparare trappole e nascondigli. A continuo contatto
con la natura, conoscevano abitudini e costumi di ogni animale del bosco e con la fedele
compagnia del cane addestrato catturavano lepri, tassi, volpi e ogni specie di uccelli. Lo
strumento più usato era naturalmente la mano munita di sassi e bastoni, ma sapevano
tendere rudimentali reti fra i cespugli e costruire trappole dogni sorta: lacci,
balestre, cerbottane e gli immancabili archècc.
Finito il medioevo, nella seconda
metà del 1400, grazie alluso della polvere da sparo, ecco comparire lantenato
del fucile (focile, dal latino focus), detto comunemente schioppo (el sciòp,
la sciopèta). Era allinizio uno strumento pesante, di non facile utilizzo, che
finirà poi col rivoluzionare lintera attività venatoria. Sui monti, accanto ad
ogni baita, cominciò allora a sorgere il capanno, detto baitèl, un posto fisso per la
caccia agli uccelli, da prima un semplice nascondiglio per il cacciatore che divenne in
seguito un roccolo attrezzato con gli uccelli da richiamo nelle gabbie.
Pare che i roccoli siano sorti
nelle valli bresciane e bergamasche sul finire del secolo XV°. Lo storico Antonio Fappani
cita un atto rogato dal notaio Taddeo Ceroni il 12 maggio
Anche nel nostro comune troviamo
numerosi toponimi che ricordano quanto era diffusa la caccia: Roccolo Tesa
Passata Löcarì
Di regola i roccoli sorgevano sui
rilievi, sui dossi più propizi alla caccia e, molto spesso appartenevano alle famiglie
più benestanti. Le località con i migliori roccoli erano degli Avogadro di Zanano, dei
Bailo di Sarezzo e di pochi altri possidenti del circondario o della città. Giacomo,
Vincenzo e Martina Avogadro furono gli ultimi discendenti della nobile famiglia Zananese
estintasi alla fine del 1800. Giacomo, prevosto di Rovato e Vincenzo dei padri della Pace
erano appassionati cacciatori. Le ville rustiche della Paule ragionavano degli
innocenti svaghi venatori di monsignor Giacomo Avogadro. In autunno i due
fratelli non mancavano di raggiungere il doss dei precc sopra Zanano, Domaro
di Gardone e Polaveno dove avevano le loro uccellande. Il 1874 dovette essere stato un
anno di magra per i cacciatori. Don Giacomo, infatti, scrive al fratello:
I nostri uccellatori, a quello che scrive la sorella, non prendono niente. In
Domaro si levaron anche le reti e dopo videro passare le cesene, ma era già da sapersi
che la caccia era affidata a mani inesperte. Si tratta di levare anche luccellanda
di Polavine.
I Bailo erano proprietari quasi
assoluti della località di Visala, nel comune di Brione, ma con propaggini verso Polaveno
e Sarezzo, in particolare verso la valle di Gombio. Allinizio del 1800 Angelo Bailo
contava ben 46 appezzamenti di terreno con case e roccoli.
Un anziano cacciatore di Noboli
racconta di un grande roccolo situato sul dosso Zuccone che un tempo apparteneva ai Bailo.
Il dosso [detto ancora oggi doh Hücù] è un tondo rilievo del versante
sotto Visala che scende nella valle di Gombio, poco distante da Ponte Zanano. Un posto
stupendo per la caccia. Da qui passavano ogni anno folti stormi di uccelli migratori
provenienti da nord-ovest. Il roccolo aveva una doppia alberatura di querce secolari e poi
aceri, faggi e carpini disposti a ferro di cavallo, con i rami intrecciati e variamente
piegati. Sulla cima di due alberi era legato un grosso ramo spoglio, secco e pieno di
insetti, fatto apposta per richiamare gli uccelli di passo. Allinterno cera
uno spiazzo verde, un prato con qualche ciliegio e dei ginepri. In prossimità del pendio
montuoso si trovava il capanno in muratura ricoperto di vegetazione sempreverde. Sulle
pareti del capanno, in alto, cerano le spiaröle per scrutare larrivo
degli uccelli. Il prato era percorso da un corridoio nascosto, una specie di tunnel verde
che permetteva di perlustrare tutto il posto senza essere visti. Dal capanno partiva una
rustica scalinata scavata nella roccia che portava al casello, detto la sboradüra
provvisto di una finestrella; da qui partiva lo sbrof, il lancio di un bastone
con legate delle frasche, uno spauracchio per spaventare gli uccelli. Quando veniva
lanciato, accompagnato da un grido, gli uccelli posati sugli alberi si tuffavano in basso
e andavano a finire nelle reti. Il più bello della caccia era verso la fine di ottobre,
quando capitava la furia. Passavano decine e decine di stormi, uno dietro allaltro
come nuvole di uccelli. Quelli erano giorni di grande lavoro, non solo di giorno, ma anche
di notte. Giorni indimenticabili per tutti i cacciatori.
Lultimo dei Bailo, Ottavio,
muore il 21 agosto 1842. Prima della sua morte detta le sue ultime volontà, presenti come
testimoni Don G. Battista Ronchini, il medico Vincenzo Zola e Bonaventura Bono. Al punto
N° 5, scrive: Lego e lascio a Guerini Antonio la casa e i Fondi che tiene ora in
affitto in Visale unitamente al roccolo dei Caporalì.
Per i Bailo, gli Avogadro e i
pochi benestanti la caccia rappresentava uno sport, un passatempo seppur costoso. Per i
poveri contadini era una vitale necessità. Intorno al 1850 una grave crisi economica
funestò la terra bresciana. Ci furono anni di cattivi raccolti; si dimezzò la produzione
del granoturco; in Valtrompia calò notevolmente la fabbricazione delle armi; la terribile
alluvione dellagosto 1850 devastò i paesi del fondovalle come Sarezzo. Si narra che
lallora Prefetto di Brescia, a chi faceva rimostranze perché in Valtrompia la gente
catturava uccelletti con gli archetti, rispose: Lasciate perdere. Questo è lunico
mezzo che hanno per procurarsi proteine e non morire di fame.
Polenta e osei era il
piatto più gustoso sulla mensa dei ricchi e sul desco dei poveri. Memorabili sono gli
incontri conviviali del ministro Giuseppe Zanardelli che giungeva spesso a trovare gli
amici valligiani. Il 23 agosto 1890 il ministro giunse a Gardone insieme al Re Umberto I,
al principe ereditario Vittorio Emanuele e a un seguito numeroso di personalità illustri.
Sul banchetto preparato nella sala consiliare venne portata a mezzogiorno una
colossale polenta su un tagliere di legno e, in un grande piatto, gli uccelli: 300 piccoli
e 100 quaglie.
Tra i più accaniti cacciatori non
mancavano i sacerdoti della valle. I due cappellani di Sarezzo possedevano una schioppetta
ciascuno e il posto di caccia di cui menavano vanto. Il cappellano di Visala, don Isaia
Mensi, aveva il capanno in un castagneto con il diritto esclusivo di raccogliervi anche le
castagne.
Fino a tutto l800 bastava
uscire allalba nel prato intorno alla casa, salire i sentieri dove erano state poste
le trappole, appesi gli archetti, abbandonati i bastoni spalmati di vischio, sbirciare tra
i cespugli
Si tornava a casa col cesto (el
caagn) colmo di piccole prede sanguinolenti, insieme ai funghi porcini ed alle castagne.
Nà per archécc - andare in perlustrazione - tra le centinaia di archetti
appesi ai cespugli e levarne gli uccellini era il passatempo preferito dai ragazzi. Lungo
i sentieri erano poi disseminati lacci e trappole che imprigionavano sempre qualche ignara
bestiola. Era un gioco per i ragazzi predisporre trappole semplici ed efficaci, ma per
nulla costose. Come la trappola costruita con un pezzo di carta, o più spesso, con le
foglie della pannocchia di granturco: si faceva un recipiente conico, si cospargeva la
punta interna con del vischio, si deponeva, a mò di esca, un chicco, un insetto. Il cono
veniva posto, punta in basso, in una piccola buca o tra le pietre. Luccellino che vi
si infilava, non aveva scampo.
La località più rinomata e
ancora oggi frequentata dai cacciatori rimane
-
el casì de la poiana,
-
el rocol de Paer, provvisto di tordaia, una
serie di carpini capitozzati con apposite reti disposte in maniera ortogonale per
catturare i tordi,
-
Tesa Cariola, al centro della Passata,
-
el ruculì, sotto la cima di Navezze (el capèl de
Naèse),
-
el rocol del Donì, più a nord, sul Dosso della
rovere (dos de la ruer).
Di molti altri roccoli, piccoli o
grandi, si sono perse anche le tracce. La caccia, come era praticata nel passato, è
soltanto un ricordo. Negli ultimi due secoli la selvaggina dei nostri boschi era andata
progressivamente scemando. A più riprese le autorità competenti avevano imposto severe
norme per vietare la caccia indiscriminata. Negli ultimi decenni il formarsi di una
diffusa coscienza sociale attenta alla protezione della natura ha fatto sì che la
normativa sia andata facendosi sempre più vincolante nellintento di impedire la
cattura degli uccelli migratori a rischio di estinzione.
Roccoli e tese non erano soltanto
stupende architetture costruite per diletto o per necessità. Erano preziose testimonianze
della bravura dei nostri antenati che sapevano esprimere anche bellezza e poesia, aspetti
non secondari dellamore verso la natura.
Grandi poeti come Dante, Manzoni e
Carducci, hanno celebrato (più o meno ampiamente) alcuni aspetti della caccia di un tempo
passato. Un nostro concittadino ha semplicemente buttato giù nelle suggestive
quartine che propongo di seguito le sue emozioni ed esperienze di vecchio cacciatore.
R
oberto SimoniINDICE STORIA PROSSIMA PUNTATA
Elaborazione grafica Sergio Piccini Radio Rete 5 - Portale Valtrompianet